Storie per Bambini

storie per bambini dai 2 ai 5 anni

L'ermellino che aveva paura di tutto

L'ermellino che aveva paura di tutto

✨ Riassunto della Storia

Alfredo porta i quattro bambini sul Sentiero delle Voci, un sentiero di montagna dove il vento sussurra emozioni a chi passa. Lì incontrano Gea, una vecchia tartaruga che cammina in cerchio perché non riesce ad ammettere la sua tristezza e ha dimenticato la strada per la sua isola. I bambini scoprono che il sentiero riporta indietro chi nega le proprie emozioni: solo ascoltando il vento e dicendo la verità su come ci si sente, il cammino va avanti. In cima trovano Fiocco, un ermellino timidissimo che custodisce una grotta con la mappa per l'isola di Gea. Quando ognuno trova il coraggio di dire quello che prova — la paura, la tristezza, la timidezza — la grotta si apre e la mappa si accende. Un grande arcobaleno appare nel cielo, con ogni colore che pulsa per un'emozione diversa, e Gea finalmente ritrova la via di casa.

Lori contò fino a dieci, poi fino a venti, poi fino a trenta.

Era il suo nascondiglio migliore di sempre: dietro il divano grande, infilato nello spazio tra lo schienale e il muro, con un cuscino sopra la testa. Nessuno lo avrebbe mai trovato lì.

Sentiva i passi di Ale che cercava in cucina. "Lori? Looori?" Sentiva Viola che apriva gli armadi in corridoio. Sentiva Eletta che controllava dietro le tende.

Nessuno lo trovava.

Lori sorrise. Stava vincendo.

Passò un minuto. Poi due. Poi cinque.

Il sorriso diventò più piccolo.

Era bello vincere, ma dietro il divano era buio e stretto. E silenzioso. E dopo un po', vincere da soli non era poi così divertente.

"Eccomi," disse Lori, uscendo fuori. "Ero qui."

"Ma noi non avevamo ancora finito di cercare!" disse Ale.

Lori alzò le spalle. "Mi ero stufato."

Ma non era vero. La verità era un'altra cosa, una cosa piccola e morbida che stava nel petto, e che Lori non sapeva come chiamare.

In quel momento si sentì un suono.

CIUFFF CIUFFF! CIUFFF CIUFFF!

Dal giardino arrivava un profumo di muschio, di foglie bagnate e di terra fresca. Alfredo il trenino magico sbucò da dietro la siepe con le ruote lucide di pioggia e un fischio più dolce del solito, come un sospiro.

"Alfredo!" I quattro bambini corsero fuori.

Alfredo il trenino magico si fermò davanti a loro e con la sua vocina disse:

"Ciao bambini, sentite quel vento?
Vi porto dove ogni passo è un momento!
Un sentiero vi aspetta tra voci e colori,
ma serve coraggio per aprire i cuori!"

I bambini salirono a bordo. Alfredo partì tra le nuvole basse e il profumo di pioggia.

Quando le porticine si aprirono, si trovarono ai piedi di una montagna. Davanti a loro partiva un sentiero stretto, che saliva tra alberi altissimi. Le foglie sussurravano anche se non c'era vento forte. Anzi, c'era un vento leggerissimo, appena appena, che sembrava parlare.

"Che strano," disse Eletta, inclinando la testa. "Sembra che il vento dica qualcosa."

"Ma dai," disse Lori. "È solo vento."

Pochi passi più avanti trovarono qualcuno.

Una tartaruga. Grande, vecchia, con il guscio pieno di graffi e crepe da tutti i viaggi che aveva fatto. Era ferma a bordo sentiero, ma non proprio ferma: camminava in cerchio, lentissima, sempre nello stesso punto. Faceva tre passi avanti, poi girava, poi tornava indietro, poi girava ancora.

"Ciao," disse Ale. "Stai bene?"

La tartaruga alzò la testa. Aveva occhi grandi e stanchi.

"Devo tornare alla mia isola," disse con voce fioca. "Ma non ricordo più la strada. Ogni volta che scelgo una direzione, il vento mi dice qualcosa e io... cambio idea."

"Cosa ti dice il vento?" chiese Viola.

In quel momento il vento sussurrò, chiaro come una vocina leggera: "Sei triste, Gea."

La tartaruga scosse la testa: "Non è vero! Io non sono triste!" E girò di nuovo su se stessa.

"Mi chiamo Gea," disse la tartaruga. "E cammino in cerchio da tre giorni."

"Ti aiutiamo noi!" disse Lori. E partì di corsa su per il sentiero, velocissimo, come faceva sempre. Il vento gli soffiò nelle orecchie: "Hai qualcosa dentro che non vuoi dire..." Ma Lori corse più forte, ignorandolo.

Dieci secondi dopo era di nuovo al punto di partenza. Davanti a Gea.

"Ma... come?" Lori si guardò intorno, confuso.

Viola strinse i pugni. "Ci provo io." E marciò avanti, dritta e determinata. Il vento le sussurrò: "Sei preoccupata, Viola." Lei rispose: "No, no. Io sono forte." E continuò a marciare.

Dieci passi. Venti. E poi... era di nuovo davanti a Gea.

"Impossibile!" disse Viola.

Ale ci provò con una piroetta e una battuta: "Ehi vento, non mi fai paura! Ahahah!" Il vento sussurrò: "A volte ridi per non piangere, Ale." Ale rise ancora più forte e andò avanti facendo il pagliaccio.

E tornò al punto di partenza.

Silenzio.

Eletta, che non si era mossa, si sedette su una roccia piatta. Chiuse gli occhi. Ascoltò.

Il vento le sussurrò, dolcissimo: "Ti manca la nonna, vero?"

Eletta restò in silenzio un momento. Poi aprì gli occhi e disse, piano: "Sì. Mi manca tanto la nonna."

Sotto i suoi piedi, il sentiero si illuminò. Una luce calda, dorata, che andava avanti come una striscia luminosa.

"Guardate!" disse Ale.

Eletta si alzò e fece un passo. Il sentiero restava. Un altro passo. Ancora avanti.

"Ha funzionato!" disse Viola. "Ma come?"

Eletta si voltò e disse, semplicemente: "Il vento mi ha detto qualcosa che sentivo davvero. E io gli ho detto di sì."

I bambini si guardarono. Capirono.

Ricominciarono a salire, questa volta ascoltando il vento.

"Viola," sussurrò il vento. "Hai paura di non essere abbastanza brava."

Viola si fermò. Strinse le labbra. Poi disse, a voce bassa: "Sì. A volte ho paura di sbagliare." Il sentiero si illuminò sotto di lei.

"Ale," sussurrò il vento. "Quando sei preoccupato fai il buffone."

Ale smise di ridere. Si sedette un momento. Poi disse: "È vero. A volte faccio le battute perché non voglio pensare alle cose che mi fanno stare male." Il sentiero si illuminò.

Gea li seguiva, lenta, un passo alla volta, guardando i bambini con occhi sempre più grandi.

Arrivarono al ponte.

Era un ponte stretto, di legno vecchio, sopra un ruscello che scorreva in basso. Non era altissimo, ma era stretto, e il legno scricchiolava.

Lori fece un passo. Il ponte tremò.

Un altro passo. Il vento soffiò più forte. "Lori," sussurrò. "Hai paura."

"No!" disse Lori, velocissimo. Il ponte tremò di più. Le assi di legno vibrarono.

Lori si bloccò a metà. Non poteva andare avanti. Non poteva tornare indietro. Le mani gli tremavano.

Ale si avvicinò al bordo del ponte e allungò la mano. "Lori."

Lori guardò la mano di Ale. Poi guardò giù — no, non guardare giù. Guardò Ale.

"Va bene avere paura," disse Ale. "Anche io a volte ho paura."

Lori sentì gli occhi che bruciavano. Quella cosa nel petto, quella piccola cosa morbida che aveva sentito dietro il divano, adesso era grande e calda.

"Ho paura," disse Lori. Piano. Come se fosse la prima volta che diceva quelle parole.

Il ponte smise di tremare. Le assi diventarono salde. Lori prese la mano di Ale e attraversò, un passo alla volta, lento. Per la prima volta in vita sua, Lori andò piano. E andò bene così.

In cima al sentiero c'era una grotta. L'ingresso era coperto di muschio verde e davanti alla grotta, rannicchiata dietro una roccia, c'era una creatura piccola piccola.

Un ermellino bianco, con gli occhi neri e lucidi e un musetto appuntito. Era arrotolato su se stesso come una pallina di neve. Il pelo, bianco come latte, aveva una sfumatura rosa sulle orecchie e sulle zampette.

I bambini si avvicinarono piano.

"Ciao," disse Eletta, con la sua voce morbida.

L'ermellino aprì un occhio. Poi lo richiuse subito e si arrotolò ancora di più.

"Si chiama Fiocco," sussurrò il vento. "È il custode della grotta. Ma è timidissimo."

"Fiocco?" disse Viola. "Come facciamo a entrare nella grotta?"

Fiocco aprì un occhio. Aprì la bocca come per dire qualcosa. Ma non uscì nessun suono. Si coprì il musetto con le zampette. Il pelo diventò ancora più rosa.

Lori si inginocchiò. Piano. Senza correre, senza fretta. Si mise all'altezza di Fiocco e disse, con una voce che non sapeva nemmeno di avere — dolce, calma, paziente:

"Va bene essere timidi, Fiocco. Non devi parlare per forza. Ma se vuoi dire qualcosa, noi siamo qui. E ascoltiamo."

Fiocco lo guardò. I suoi occhietti neri brillavano. Tremava ancora. Ma piano piano aprì la bocca e con un filo di voce, così sottile che sembrava il fruscio di una foglia, disse:

"Io... ho paura di parlare."

Il suo pelo diventò dorato. Solo per un momento, come un lampo di sole. Poi tornò bianco, ma un bianco luminoso, caldo.

E la grotta si aprì.

Dentro era bellissima. Le pareti brillavano di cristalli che riflettevano la luce in mille colori. E al centro, sul pavimento liscio, c'era una mappa. Una mappa fatta di conchiglie, sassolini e foglie, che mostrava strade, mari e isole.

Ma la mappa era spenta.

"Gea," disse Eletta. "Questa è la tua mappa. Ma devi chiedere tu la strada."

Gea entrò nella grotta, lentissima. Guardò la mappa. Guardò i bambini. Guardò Fiocco, che adesso le stava vicino, ancora tremante ma presente.

Gea aprì la bocca. Poi la richiuse. Si ritirò un po' nel guscio.

Il vento entrò nella grotta, leggerissimo, e sussurrò: "Puoi dirlo, Gea."

E Gea, con la voce rotta ma chiara, disse:

"Sono triste. Sono triste perché è tanto tempo che sono lontana da casa. E ho paura. Ho paura di non tornare mai più. E mi manca... mi manca la mia isola, mi manca il rumore delle onde, mi manca la sabbia calda."

Piccole lacrime di tartaruga scesero sul suo muso antico.

La mappa si accese. Le conchiglie brillarono, i sassolini si illuminarono, e una strada chiara e luminosa apparve tra le linee: partiva dalla grotta e arrivava a un'isola verde, lontana ma visibile.

Gea sorrise. Per la prima volta in tre giorni, sorrise.

In quel momento uscirono dalla grotta e videro il cielo.

La pioggia era finita. Le nuvole si erano aperte. E nel cielo, da un lato all'altro della montagna, si stendeva un arcobaleno enorme.

Ma non era un arcobaleno qualunque.

I suoi colori pulsavano, ognuno con un ritmo diverso, come un battito. Il rosso pulsò quando Viola lo guardò — il colore della forza che nasce anche dalla paura. Il blu pulsò quando Gea alzò gli occhi — il colore della tristezza che finalmente aveva trovato voce. Il rosa brillò quando Fiocco tirò su il musetto — il colore della timidezza che è una forma di gentilezza. Il giallo si accese quando Ale sorrise — il colore della gioia che non deve nascondere nient'altro. E il verde... il verde pulsò quando Lori lo guardò, con gli occhi ancora un po' lucidi — il colore del coraggio di dire come ti senti.

"La strada," disse Gea, guardando l'arcobaleno. "Adesso la vedo."

Cominciò a camminare. Lenta, come sempre. Ma dritta. Per la prima volta in tre giorni, Gea non camminava in cerchio.

Alfredo il trenino magico fischiò piano. I bambini salutarono Gea, che si voltò un'ultima volta e disse: "Grazie. Mi avete insegnato che le lacrime non tolgono la strada. La lavano, e si vede meglio."

Salutarono Fiocco, che fece un piccolo inchino tremante e sussurrò: "Tornate... quando volete." Il suo pelo era dorato.

Alfredo il trenino magico si avvicinò ai bambini e con la sua vocina disse:

"Avete aperto la grotta e il cuore,
e detto il vostro nome ad ogni dolore!
Chi ascolta il vento e dice la verità
trova la strada che cercando va!"

Il viaggio di ritorno fu silenzioso e dolce. Le stelle cominciavano ad accendersi nel cielo e l'arcobaleno, piano piano, si scioglieva nella sera.

Quando arrivarono a casa, era quasi buio. La casa era calda e profumava di cena.

Lori andò in salotto. Si sedette dietro il divano, nello stesso posto dove si era nascosto prima. Ma questa volta non per vincere a nascondino.

Si sedette, chiuse gli occhi, e ascoltò quella cosa piccola e morbida nel petto.

"Mi sentivo solo," disse, piano, a nessuno in particolare. O forse a se stesso.

Poi uscì fuori, andò in cucina dove gli altri stavano già seduti, e disse: "Ehi. Giochiamo a qualcosa? Ma tutti insieme, questa volta."

E mentre si sedeva a tavola, per un istante brevissimo, gli sembrò di sentire un vento leggerissimo che gli sussurrava: "Bravo."

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