Storie per Bambini

storie per bambini dai 2 ai 5 anni

La Torre delle Lucciole

La Torre delle Lucciole

✨ Riassunto della Storia

I bambini volano con Alfredo al Castello dei Sussurri di Nebbia. Salgono la Torre della Memoria, incontrano Civetta Sussurra e riaccendono le lucciole-ricordo raccontandosi storie tra amici.

Era un pomeriggio d'autunno e in giardino il vento giocava con le foglie cadute. Eletta, Ale, Viola e Lori erano tutti chini a terra, intenti a raccogliere le foglie più belle: gialle come limoni, rosse come fragole, marroni come il pane caldo.

"Guardate la mia!" disse Ale, sollevando una foglia grande quanto la sua mano. "Sembra una stella!"

"E la mia sembra un cuore," sussurrò Viola, stringendola tra le dita.

Eletta sorrideva in silenzio. Lei amava ascoltare più che parlare, e in quel momento le piaceva il rumore lieve delle foglie che si accarezzavano sul prato. Lori, invece, correva avanti e indietro lanciando manciate di foglie in aria come se piovesse oro.

D'improvviso un fischio dolce arrivò da lontano. Era un suono che i bambini conoscevano bene.

"CIUFFFF CIUFFFF!"

Tutti alzarono la testa. Tra le foglie sospinte dal vento si formò una nebbia morbida, leggera, profumata di pane e cioccolato. Era una nebbia diversa: sottile, misteriosa, che faceva sembrare ogni cosa avvolta in una carezza. E dalla nebbia spuntò Alfredo il trenino magico, con i suoi occhi gentili e il fumaiolo che fischiettava.

Alfredo si fermò davanti ai bambini e parlò:

"Ciuf ciuf, sbuffi di nebbia intorno,
oggi vi porto in un magico giorno.
C'è una torre che aspetta lassù,
con luci spente che non brillan più."

I bambini si guardarono con gli occhi grandi. Una torre? Luci che non brillano? Senza pensarci due volte salirono sul trenino, e Alfredo partì tra sbuffi di vapore profumato.

Il viaggio fu breve come un battito d'ali. La nebbia si fece più fitta, ma non spaventava: era una nebbia tenera, che sembrava fatta di zucchero filato. Quando il treno si fermò, davanti a loro apparve un castello bianco e altissimo, fatto di pietra chiara, con una torre stretta che saliva verso il cielo come un dito.

"Il Castello dei Sussurri di Nebbia," lesse Eletta a voce bassa, indicando una scritta antica sopra il portone.

"E quella deve essere la Torre della Memoria!" disse Ale, con il naso all'insù.

La porta del castello era socchiusa. I quattro bambini entrarono in punta di piedi e scoprirono una scala a chiocciola che girava e girava, salendo come una conchiglia gigante. Cominciarono a salire.

Un gradino, due gradini, dieci gradini. La scala faceva un piccolo "toc toc" sotto le scarpine.

"Quanti gradini ci saranno?" chiese Lori, ridendo.

"Tantissimi," rispose Viola, "ma andiamo avanti."

Salirono ancora. Le finestrelle della torre erano tonde, e da ognuna entrava un raggio di luce nebbiosa che si posava sui capelli dei bambini come una carezza.

A metà torre trovarono qualcosa di strano: su un ramo di legno appeso al muro c'era una civetta. Aveva gli occhi grandi e dorati, e le piume color luna. Era così tranquilla che sembrava una statua.

"Buongiorno!" disse Ale forte.

La civetta non rispose.

"Civetta, ci senti?" provò Lori.

Niente. La civetta inclinò la testa di lato, come se aspettasse qualcosa.

Eletta capì. Si avvicinò, e poi ancora di più, finché non fu vicinissima alla testa della civetta. La civetta allora aprì il becco e disse, con una voce lieve come una piuma che cade:

"Mi chiamo Civetta Sussurra. Io parlo solo a chi si avvicina. Le mie parole sono per le orecchie attente."

Eletta annuì, gli occhi luminosi.

"Lassù in soffitta," continuò Civetta Sussurra all'orecchio di Eletta, "i ricordi si sono mescolati. Senza ordine, scolorano."

Eletta tornò dagli amici e raccontò ciò che aveva sentito. Tutti decisero di salire ancora. Mancavano pochi gradini, ed ecco la soffitta.

Quando entrarono, rimasero senza fiato.

La soffitta era una stanza tonda, con il soffitto a forma di stella. E volava. Volava di luci. Erano lucciole, ma non quelle gialle che si vedono d'estate: queste erano colorate, piccole sfere di luce di mille colori. Rosa, azzurre, verdi, dorate, viola. Alcune brillavano forte, altre erano appena accese, altre ancora sembravano addormentate, color cenere.

"Sono le lucciole-ricordo," sussurrò Viola, come se parlare a voce alta potesse rompere qualcosa.

"Ma perché alcune sono spente?" chiese Lori.

Fu allora che videro il muro. Il muro grande in fondo alla soffitta. C'era un enigma disegnato sulla pietra: quattro disegni semplici, in fila. Un sole. Un'onda. Una stella. Un cuore. Sotto, una scritta antica: "Per riaccenderli, dona la tua luce a un'altra luce."

"Cos'è un enigma?" chiese Lori, grattandosi la testa.

"È un indovinello," spiegò Eletta. "Una cosa da capire."

I bambini si guardarono. Cosa voleva dire la scritta?

Eletta tese la mano e una lucciola-ricordo color rosa volò a posarsi sul suo palmo. La lucciola era tiepida, ma non brillava molto. Eletta la fissò: dentro di lei vedeva un'immagine, un suo ricordo. Era la mattina in cui aveva fatto la torta con la mamma Elisa, quando aveva versato la farina ovunque e avevano riso fino alle lacrime.

"È il mio ricordo," disse Eletta. "Ma non brilla."

Ale si avvicinò.

"Raccontamelo," disse.

Eletta cominciò a parlare. Raccontò della farina sul naso della mamma, del cioccolato in faccia, della torta che era venuta storta ma buonissima. Mentre raccontava, qualcosa di magico accadde: la lucciola sul palmo di Eletta si scaldò, si accese, e cominciò a brillare di un rosa intenso, vivo. Una luce dolce, calda, che illuminò tutta la mano di Eletta.

"È brillata!" gridarono tutti insieme.

Allora capirono. Capirono il muro. Capirono Civetta Sussurra. Capirono l'enigma.

Viola si guardò intorno e una lucciola azzurra le si posò sulla spalla. Si voltò verso Lori.

"Lori, vuoi sentire il mio?"

Lori si avvicinò.

Viola raccontò del suo papà Luca che le aveva insegnato a fare le bolle di sapone, e di come ne avevano fatta una enorme, grande quanto la sua testa, prima che scoppiasse facendoli ridere tutti. La lucciola azzurra cominciò a tremare di luce, e poi diventò azzurra come il cielo dopo la pioggia.

Toccava ad Ale. Una lucciola dorata gli si posò sul dito.

"Ascoltatemi," disse, rivolto a Viola.

Ale raccontò di Sofia, la sua gattina nera, che una notte gli si era addormentata sul cuscino e aveva fatto le fusa così forti che lui si era svegliato sorridendo, anche se faceva ancora buio. La lucciola dorata si gonfiò di luce, brillante come il sole.

E infine Lori. Una lucciola verde gli si posò sul ginocchio. Si voltò verso Eletta.

"Eletta, vuoi sentire?"

Eletta si avvicinò, gli occhi attenti.

Lori raccontò del giorno in cui aveva imparato ad andare in bicicletta senza le rotelle. Suo babbo Federico gli teneva il sellino e gli diceva di stare attento, e poi a un certo punto aveva mollato la presa, e Lori volava da solo lungo il viale del parco. La lucciola verde divenne verde come l'erba di primavera, e brillò forte.

Quattro luci accese. Quattro ricordi raccontati. Quattro amici.

Ma poi successe qualcosa di meraviglioso. Le altre lucciole, vedendo le quattro luci accese, cominciarono a muoversi. Si avvicinavano l'una all'altra, si toccavano, si sussurravano segreti. E ogni volta che due lucciole si incontravano, e una raccontava qualcosa all'altra, entrambe si accendevano. Come se i ricordi, vedendo gli amici, avessero imparato a fare lo stesso.

In pochi istanti la soffitta intera divenne una galassia. Mille colori vivi. Rosa, azzurri, dorati, verdi, viola, arancio, turchese. Una tempesta di luce dolce, silenziosa, che fluttuava intorno ai bambini come neve di stelle.

Eletta sentì un fruscio dietro di sé. Era Civetta Sussurra, che era volata fin lassù. La civetta si posò sulla sua spalla, e Eletta sentì il calore delle piume contro il collo.

"Avvicinati," disse la civetta.

Eletta avvicinò l'orecchio.

Civetta Sussurra le sussurrò, lieve come un soffio: "I ricordi sono come i sorrisi: fioriscono solo se li doni."

Eletta lo ripeté agli amici, parola per parola. E ognuno lo ripeté ancora, perché le parole belle, come le lucciole, brillano di più quando si dicono.

Sul muro, l'enigma cambiò: il sole, l'onda, la stella e il cuore si illuminarono insieme, formando un'unica luce calda.

Era ora di tornare. I bambini scesero la scala a chiocciola con la testa piena di luce, le mani che ancora ricordavano il calore delle lucciole, il cuore leggero come una piuma. Davanti al castello, Alfredo li aspettava, sbuffando vapore.

Salirono sul trenino. Alfredo fischiò dolce e parlò:

"A casa torniamo col cuore contento,
un ricordo donato vale per cento.
Chi dona ai suoi amici raddoppia la gioia,
chi tiene per sé pian piano s'annoia."

Il trenino partì tra la nebbia, e i bambini si tennero per mano.

Quando arrivarono a casa era sera. Eletta corse dal babbo Andrea, che la prese in braccio. Gli raccontò della torre, della soffitta, delle lucciole. Mentre parlava, gli occhi le si chiudevano dolcemente. E mentre si addormentava, il babbo le sussurrò all'orecchio un grazie. Lei sorrise nel sonno: ora lo sapeva, le cose belle raccontate diventano luce.

E in giardino, dove le foglie continuavano a danzare nel vento, una piccola lucciola color rosa si accese, e poi un'altra, e un'altra ancora.

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