Il polpo che giocolava con il tempo
📅 Pubblicata il 27/04/2026
✨ Riassunto della Storia
Ale e gli amici, con Alfredo il trenino, viaggiano nel Mondo Capovolto. Lì incontrano Ottavio il polpo saggio, che insegna loro il superpotere dell'attesa: aspettare fa volare le bolle e attraversare il paese dei dolci senza assaggiarli.
Era una mattina dolce e tiepida, e una pioggerellina leggera aveva appena finito di cadere sul giardino. Le gocce restavano sulle foglie come tante perline, e il sole si era affacciato per asciugarle. Ale aveva indosso gli stivaletti gialli, quelli che adorava, e stava saltando nelle pozzanghere insieme a Viola, Eletta e Lori.
"Splash!" gridava Ale, atterrando in una pozzanghera con tutti e due i piedi.
"Anche io, anche io!" rideva Lori, che era veloce come una freccia.
"Aspettatemi!" diceva Viola, decisa, con i suoi occhi azzurri spalancati.
Eletta saltava con dolcezza, perché lei era tranquilla e amava sentire l'acqua schizzare con calma.
Sofia, la gattina nera di Ale, miagolava da lontano, perché ai gatti l'acqua proprio non piace. Dora la tigrata, che invece era coraggiosa, si era avvicinata di qualche passo per controllare. Poldo, grasso e morbido, dormicchiava sotto il tavolo. Milo, agile e saltarino, era già arrampicato sul ramo di un albero a guardare tutto dall'alto.
D'un tratto, una luce strana apparve nel cielo. Non era più solo il sole: era un grande arcobaleno, così grande che sembrava un ponte di colori. E lungo quel ponte, qualcosa si muoveva.
"Guardate!" disse Ale, indicando con il dito.
Si sentì un suono che i quattro amici conoscevano bene: "CIUFFFF CIUFFFF! CIUFFFF CIUFFFF!" Era Alfredo, il trenino magico, che scendeva dall'arcobaleno fischiando allegro. Si fermò proprio davanti a loro, e la sua locomotiva sbuffò una nuvoletta a forma di cuore.
Alfredo aprì il vagone e disse:
"CIUFFFF CIUFFFF, amici miei vivaci,
oggi andremo in un posto un po' audace!
Là sopra è sotto, e il sotto è di sopra,
vedrete che strana è la giornata che si apre!"
I bambini si guardarono incuriositi. "Audace" era una parola che non conoscevano bene. Eletta chiese: "Audace, che vuol dire?"
Alfredo fischiò gentile e spiegò:
"Audace vuol dire un pochino coraggioso,
chi prova qualcosa di nuovo e curioso!"
I quattro sorrisero e salirono di corsa sul vagone. Le porte si chiusero con calma, e Alfredo partì. Il trenino non correva sui binari: viaggiava sull'arcobaleno, scivolando dal rosso al giallo, dal verde al blu, fino al viola.
Quando il vagone si fermò, i bambini scesero e rimasero a bocca aperta.
Erano arrivati nel Mondo Capovolto dell'Arcobaleno.
Era un posto strano, ma stranissimo davvero. L'arcobaleno qui non stava in cielo: cresceva dal terreno verso l'alto, come un grande albero di colori. Le radici erano rosse, il tronco era arancione, e i rami si aprivano in giallo, verde, azzurro e viola. Sembrava un gigante di pittura.
Ma la cosa più strana era sopra di loro. Lassù in alto, come un grande soffitto, c'era il paese dei dolci. Sì, davvero! Caramelle appese a testa in giù, biscotti che pendevano come stelle, cioccolatini incollati come lampadari, gelati che colavano dolcemente verso l'alto invece che verso il basso. Tutto era capovolto.
"Wow!" disse Lori, con la bocca aperta.
"Mi gira la testa," rise Viola.
"È bellissimo," sussurrò Eletta.
Ale invece notò qualcosa per terra. C'erano tante bollicine di sapone che spuntavano dal suolo come funghetti! Le bolle nascevano dal terreno, salivano un pochino in aria, e poi… puff! Scoppiavano subito.
"Ma le bolle di sapone non dovrebbero volare?" chiese Ale.
I bambini provarono. Avevano tutti un piccolo flacone con la cannuccia, perché ad Ale piaceva sempre portare le bolle in tasca. Soffiarono forte. Soffiarono con tutta la voce. Soffiarono con le guance gonfie come palloncini.
Puff! Puff! Puff! Tutte le bolle scoppiavano.
"Non funzionano qui!" disse Lori, deluso.
"Proviamo ancora!" disse Viola, decisa.
Ma niente. Più soffiavano, più scoppiavano. Era frustrante, e i quattro bambini cominciavano a sentirsi un pochino tristi.
Proprio in quel momento, dietro a una collina morbida e bianca, sentirono un sospiro lungo. "Ohhhhh…"
I bambini si voltarono. La collina era fatta tutta di marshmallow, quei dolcetti morbidi e zuccherati. E sopra la collina c'era una creatura che nessuno di loro aveva mai visto. Era un polpo. Ma non un polpo qualunque.
Era un polpo vecchio, con otto braccia morbide e ondeggianti, e portava un piccolo gilet a righe, come quelli dei nonni. Aveva gli occhiali appoggiati sulla punta del naso, e camminava di lato, come fanno i granchi. E mentre si muoveva, giocolava: con tutte e otto le braccia teneva in aria otto cose diverse. Una pigna, una ghianda, una conchiglia, un cucchiaino, un fiore secco, una piuma, un sasso liscio, e un guscio di noce. Tutte volavano in cerchio sopra di lui senza mai cadere.
"Ohhhh," sospirò di nuovo, e si grattò una delle otto braccia, proprio sotto la spalla.
E un profumo arrivò fino al naso dei bambini. Un profumo dolce, caldo, che sapeva di biscotti alla cannella appena sfornati. Lo stesso profumo della merenda dai nonni.
"Buongiorno piccoli viaggiatori," disse il polpo, con voce calma. "Mi chiamo Ottavio."
"Buongiorno!" risposero i bambini in coro.
"Ottavio," disse Ale, "perché le bolle di sapone scoppiano sempre?"
Il polpo sorrise, e prima di rispondere sospirò ancora "ohhhh" e si grattò un'altra delle sue otto braccia. Poi infilò una mano nel taschino del gilet e tirò fuori un piccolo orologio. Era un orologio arrugginito, vecchio, con la catenella dorata. Lo aprì con un piccolo "click".
"Vedete questo orologio?" disse. "Non segna le ore. Segna i ricordi. È un orologio dei ricordi."
I quattro bambini si avvicinarono per guardarlo. Le lancette si muovevano con lentezza, come se avessero tutto il tempo del mondo.
"Le bolle di sapone scoppiano," continuò Ottavio, "perché qui tutti hanno fretta. Anche le bolle hanno fretta. Vogliono volare prima di essere pronte. Ma il sapone, per volare, deve indurirsi un attimo. Deve aspettare. Se non aspetta, scoppia."
"E come si fa ad aspettare?" chiese Viola, che a volte era un po' impaziente.
"Si impara," disse Ottavio. "I nonni lo sanno. I nonni hanno vissuto tante stagioni, e hanno capito una cosa importante: la fretta fa scoppiare le cose belle. L'attesa, invece, le fa volare."
I bambini ascoltavano con attenzione.
"Vi mostro come si fa," disse Ottavio. E con tutte le sue otto braccia cominciò a contare con dolcezza: "Uno… due… tre… quattro… cinque… sei… sette… otto…" Mentre contava, soffiò una bolla. La bolla uscì grande, lucente, e cominciò a salire nell'aria. Salì alta, alta, e non scoppiò.
"Ooooh!" fecero i bambini.
"Ora prova tu, Ale."
Ale prese il suo flacone. Mise la cannuccia tra le labbra. Aspettò. Contò nella sua testa: "Uno… due… tre…" Poi soffiò con dolcezza, come un soffio di vento leggero. La bolla uscì rotonda, perfetta. Salì in cielo. Non scoppiò.
"Ce l'ho fatta!" disse Ale.
"Adesso noi!" gridarono Viola, Eletta e Lori.
Lori, che era sempre veloce, dovette fare uno sforzo extra per andare con calma. Contò "uno… due… tre…" e soffiò gentilmente. La sua bolla volò.
Eletta, che era già tranquilla, fece tutto con naturalezza, e la sua bolla salì alta come un palloncino.
Viola, decisa, contò con cura, e la sua bolla la fece più grande di tutte.
In pochi minuti, l'aria intorno a loro si riempì di bolle che danzavano. Ce n'erano centinaia: alcune piccole come piselli, altre grandi come palloni. Brillavano con i colori dell'arcobaleno e ondeggiavano nel vento dolce.
"Bello!" gridò Ale.
Ma Ottavio sospirò "ohhhh" e disse: "Adesso però viene la parte difficile."
Indicò sopra le loro teste. Il paese dei dolci era ancora lì, appeso come un soffitto. C'erano caramelle gommose colorate, biscotti grandi come piatti, gocce di cioccolato, lecca-lecca giganti che sembravano stelle.
"Per tornare a casa con Alfredo, dovete attraversarlo. Camminare sotto, senza assaggiare neanche una caramella."
"Ma…" disse Lori, "io ho fame…"
"È difficile," disse Ottavio. "Ma se avete imparato il superpotere dell'attesa, ce la potete fare. Aspettare significa sapere che le cose belle non scappano. Resistono. Vi aspettano anche loro, a casa, alla merenda."
I bambini si presero per mano. E iniziarono a camminare.
Sopra le loro teste, le caramelle penzolavano vicinissime, profumate, brillanti. Lori sentiva la pancia brontolare. Viola guardava un grande lecca-lecca arancione e si sentiva tirare verso l'alto. Eletta vedeva un biscotto rotondo che sembrava chiamarla. Ale guardava i cioccolatini.
"Ricordate," disse Ale a voce bassa, "dobbiamo aspettare. Come ci ha insegnato Ottavio."
E così, passo dopo passo, attraversarono il paese dei dolci.
Non assaggiarono niente.
Ma fecero qualcosa di meglio: guardarono. Annusarono. Risero del profumo della cannella, della vaniglia, del cioccolato. Indicarono le forme buffe delle caramelle. Si raccontarono cosa avrebbero mangiato a casa, alla merenda, dopo l'avventura. E quando arrivarono dall'altra parte, erano felici.
Felici di non aver scoppiato la cosa bella. Felici di averla aspettata.
Ottavio li raggiunse, camminando di lato, e batté le sue otto braccia in un piccolo applauso. "Bravi bravi bravissimi. I nonni sarebbero orgogliosi di voi. E sapete una cosa? Ogni bambino che impara ad aspettare diventa un pochino saggio anche lui."
Da una nuvoletta lì vicino arrivò Alfredo, sbuffando: "CIUFFFF CIUFFFF!" Aveva le porte aperte e li aspettava.
Ottavio salutò con quattro braccia, mentre con le altre quattro continuava a giocolare. "Ohhhh, andate amici. Ricordatevi che il tempo non è un nemico. È un amico. Soprattutto quando si aspetta."
I bambini abbracciarono il polpo, e si accorsero che il suo profumo di biscotti alla cannella era rimasto sulle loro magliette.
Salirono sul trenino. Alfredo chiuse le porte e cominciò a fischiare:
"CIUFFFF CIUFFFF, è il momento di andare,
con il dono che avete imparato a usare!
Chi sa aspettare ha un superpotere fatato,
fa volare le bolle e tiene il cuore beato!"
I quattro sorrisero, e il trenino partì lungo l'arcobaleno, scivolando dal viola al rosso, fino al loro giardino.
Quando scesero, Sofia li aspettava sul tappeto d'erba, e si strofinò sulle gambe di Ale. Dora annusò la maglietta e scosse i baffi: c'era un odore nuovo, dolce. Poldo aprì un occhio sotto il tavolo. Milo saltò giù dal ramo per dare il bentornato.
E sopra la testa di Ale, restò una piccola bolla di sapone. Una sola, rotonda, lucente. Girava con calma, in cerchio, come se anche lei avesse imparato il segreto.
Aspettava.
E intanto, dalla finestra della cucina, si sentiva il profumo di biscotti alla cannella. La merenda era pronta. Ed era ancora più buona, perché l'avevano aspettata.