Il riccio che voleva essere volpe
📅 Pubblicata il 30/04/2026
✨ Riassunto della Storia
I bambini volano nel Prato fiorito, dove la neve copre i cartelli. Aiutano la volpe Filomena a ritrovare il riccio Pungo, scoprendo che essere se stessi è la cosa più coraggiosa.
Era una mattina di fine inverno, una di quelle mattine in cui il sole faceva l'occhiolino tra le nuvole e l'aria sapeva un po' di freddo e un po' di primavera. Viola, Ale, Eletta e Lori erano in giardino, tutti con il maglione, e si stavano divertendo a inseguire i semini bianchi che il vento staccava dai rami secchi.
"Guarda quanto vola alto il mio!" disse Lori, correndo a perdifiato.
"Il mio fa il cerchio!" rideva Ale, saltando con le braccia spalancate.
Eletta era ferma, con un seme posato sul naso, e non si muoveva per non farlo cadere.
Viola, invece, era impegnata a inseguire un semino birichino che continuava a sfuggirle. Aveva gli occhi azzurri socchiusi per la concentrazione e la bocca stretta come quando voleva farcela davvero.
"Aspetta, semino, ti prendo!" diceva Viola. "Non scappare!"
Ma il semino aveva altre idee. Salì, scese, fece una giravolta, e proprio quando Viola stava per chiuderlo nelle mani... un suono gentile e familiare arrivò da lontano.
CIUFFFF! CIUFFFF!
Era Alfredo il trenino magico, che spuntava fra l'erba con il suo fumo bianco e i suoi sbuffi allegri. I bambini si guardarono e sorrisero tutti insieme: ogni volta che Alfredo arrivava, una nuova avventura li aspettava.
Alfredo si fermò, suonò il fischietto, e poi recitò:
"Buongiorno bimbi, salite leggeri,
si vola nel prato fra mille sentieri!
Là c'è un musetto che ha smarrito la via,
chi è gentile gli porta allegria."
I bambini batterono le mani.
"Andiamo!" gridò Ale.
"Salto io per primo!" disse Lori, balzando sul vagoncino.
Eletta salì con calma, senza fretta. Viola si tirò su con le sue gambe forti e si mise a sedere accanto a Eletta.
"Pronti?" chiese Alfredo.
"Pronti!" risposero i quattro insieme.
E Alfredo partì, fra gli alberi e le nuvole, fra il cielo blu e l'aria fresca. CIUFFFF, CIUFFFF.
Dopo un viaggio gioioso, il trenino rallentò, e davanti agli occhi dei bambini si aprì un prato che faceva girare la testa. Fiori gialli, fiori rosa, fiori azzurri come il mare quando ride. Farfalle bianche e farfalle arancioni che danzavano in aria. E un profumo dolce, come se qualcuno avesse mescolato miele e zucchero a velo.
"Wooow!" disse Ale, con la bocca aperta.
"Sembra un quadro!" sussurrò Eletta.
"Voglio toccarli tutti!" rise Lori, già pronto a correre.
Viola scese per ultima, e fece un respiro lungo. Le piaceva il profumo. Le piaceva il colore. E le piaceva soprattutto come l'erba si muoveva, come se ballasse.
Si muoveva perché c'era il vento giocherellone. Un venticello birichino, che scompigliava i capelli, faceva volare le foglie e si infilava sotto le maniche per fare il solletico. I bambini corsero, saltarono, e Lori cadde a terra ridendo perché il vento gli aveva soffiato sul collo.
"Ehi, vento, smettila!" diceva fra le risate.
Ma poi, all'improvviso, il vento giocherellone fece una cosa strana. Cominciò a soffiare con più forza. E spinse tra i fiori una grande nuvola bianca, soffice come una coperta. La nuvola si fermò sopra il sentiero che attraversava il prato, e da lì cominciò a scendere... la neve.
Non tanta, ma abbastanza. Una neve fine, di quelle che si appoggiano dolcemente sui petali e li rendono come vestiti da festa. I bambini smisero di ridere e guardarono.
"Che bello!" disse Eletta.
"Però..." disse Ale, indicando, "i cartelli di legno che indicano la strada... sono tutti coperti."
Era vero. Lungo il prato c'erano dei cartelli di legno con frecce e disegni: uno per la fontana, uno per il bosco, uno per il fiume. Adesso erano tutti bianchi, ricoperti di neve. Non si capiva più dove portassero.
I bambini si guardarono. Per un momento nessuno parlò. Il vento si era fermato. Il prato era silenzioso. E in quel silenzio Viola sentì una piccola stretta dentro: e adesso, come si fa?
Fu Lori a vedere prima. Si abbassò e indicò il sentiero coperto di neve.
"Guardate! Delle impronte!"
Erano impronte minuscole, una dietro l'altra, che entravano nel prato e si perdevano fra i fiori innevati. Sembravano fatte da piedini molto piccoli. E sopra, fra i fiori, c'era qualcosa di rosso scuro: una piccola sciarpina di lana, abbandonata nella neve.
"Qualcuno si è perso," disse Viola, e la sua voce era seria. "Dobbiamo trovarlo."
"Ma come?" chiese Ale. "Senza i cartelli non sappiamo nemmeno dove siamo."
"Le impronte ce lo dicono," rispose Viola. "Seguiamole."
Si misero in fila. Viola davanti, perché lei aveva quel carattere forte che non si arrende. Eletta dietro di lei, in silenzio, attenta. Poi Ale, che faceva piccoli salti, e Lori, che ogni tanto correva in avanti per dare un'occhiata.
Le impronte li portarono fuori dal sentiero, fra i fiori più alti, fino a una piccola radura. E lì, seduta su una pietra, c'era una volpe. Una volpe dal pelo rossiccio e dagli occhi gentili, con la coda morbida appoggiata accanto. Aveva una sciarpina al collo, ma di un colore diverso da quella che avevano trovato.
La volpe alzò la testa, e quando vide i bambini chinò il muso con calma, come fanno i nonni quando vedono qualcuno che gli piace.
"Buongiorno, piccoli viandanti," disse la volpe. "Posso chiedervi di perlustrare con me?"
I bambini si fermarono. La parola era nuova.
"Perlu... che cosa?" chiese Lori grattandosi la testa.
La volpe sorrise.
"Perlustrare. Vuol dire camminare con gli occhi bene aperti e cercare con cura, in ogni angolino."
"Ah!" disse Ale. "Come quando cerco le mie macchinine sotto il divano!"
"Esattamente," rise la volpe. "Mi chiamo Filomena. E sto cercando il mio amico Pungo."
Viola guardò la sciarpetta rossa che teneva ancora in mano.
"È sua questa?"
Filomena la guardò, e fece di sì con la testa.
"Sì, è di Pungo. Pungo è un riccio piccolino. È uscito stamattina per cercare castagne e non è ancora tornato. Sono molto in pensiero."
"Perché si è perso?" chiese Eletta con la sua vocina gentile.
Filomena sospirò, e la sua voce si fece dolce come un racconto della buonanotte.
"Vedete, bambini, Pungo da qualche giorno aveva una strana idea in testa. Diceva che era troppo lento. Diceva che voleva essere veloce come una volpe, perché così sì che era forte. Allora oggi ha provato a correre come noi. Ha provato a saltare. Ma il riccio non corre come la volpe. Il riccio cammina con calma e si arrotola quando ha paura. E così, andando dove non doveva, si è perso. Tutti noi, qui, siamo bravi a fare quello che siamo. Quando si vuole essere come un altro, si finisce in posti dove non si conosce la strada."
Viola rimase ferma un momento. Quelle parole le erano entrate dentro come un piccolo sole.
"Lo troviamo noi," disse Viola decisa. "Le impronte arrivano fin qui, ma poi ci sono altre orme più piccole."
Filomena la guardò con stupore.
"E tu, piccola, come fai a essere così sicura?"
Viola alzò il mento.
"Io sono fatta così. Quando voglio fare una cosa, la faccio."
"Ecco," disse Filomena, con un sorriso saggio, "anche tu sei brava a essere te stessa."
Si misero in cammino tutti insieme. Le impronte di Pungo erano davvero minuscole e si vedevano appena nella neve. Andavano avanti, poi tornavano indietro, poi giravano: sembrava che il piccolo riccio si fosse confuso davvero.
A un certo punto le impronte sparirono. Davanti ai bambini c'era una distesa di fiori sotto la neve, e nessun segno.
"Adesso?" chiese Lori, con un po' di paura nella voce.
"Adesso ascoltiamo," disse Eletta.
E ascoltarono. Il vento era fermo. Il prato era silenzioso. Eppure, in lontananza, si sentiva un piccolo singhiozzo.
"È lui!" sussurrò Ale.
Si avvicinarono lentamente, da bravi perlustratori. E dietro un cespuglio, accovacciato in una pallina, c'era Pungo. Un riccio tutto piccolino, con il musetto lucido di lacrime.
"Non so più dove sono," singhiozzò. "Volevo essere veloce. E adesso non so tornare a casa."
Viola si avvicinò e si inginocchiò.
"Non piangere," disse a bassa voce. "Siamo qui per riportarti da Filomena."
"Ma io volevo essere come voi," disse Pungo. "Tu sei coraggiosa, lui è veloce," e indicò Lori, "lei è dolce, lui è allegro... Io non sono niente."
Eletta gli appoggiò una mano sulla schiena di aculei piccoli, attenta a non pungersi.
"Tu sei un riccio. È bellissimo essere un riccio."
"Se non ci fossi tu, chi avrebbe trovato le castagne sotto le foglie?" disse Ale.
"Se non ci fossi tu, chi si sarebbe arrotolato a far ridere quando giochiamo?" aggiunse Lori.
"E se non ci fossi tu," disse Filomena dolcemente, arrivando alle loro spalle, "io non avrei avuto il mio amico Pungo. E io ti voglio bene proprio così come sei."
Pungo si srotolò lentamente, e guardò tutti con i suoi occhietti neri. Gli scappò un sorriso.
"Allora... posso essere solo un riccio?"
"Devi essere solo un riccio," disse Viola, ferma. "Perché quello che sei è già la cosa più bella."
In quel momento successe qualcosa di magico. Il cielo si schiarì, le nuvole si spostarono, e cominciò a scendere una pioggia gentile. Goccioline che facevano TIC TIC TIC sui fiori, sulle foglie, e anche sui cartelli innevati. La neve si scioglieva lentamente, e le frecce di legno tornarono visibili, una a una. Adesso si vedeva di nuovo dove andare.
I cartelli indicavano una piccola tana, lì vicino. La casa di Pungo e Filomena.
I bambini accompagnarono Pungo fino alla porta. Filomena li ringraziò inchinandosi, come fanno i nonni.
Quando tornarono indietro, Alfredo il trenino magico li stava aspettando, con il fumo che faceva delle ciambelline nell'aria.
"Salite, bimbi, è ora di andare,
col cuore pieno di cose da raccontare!
Avete trovato chi era perduto,
e chi è se stesso non sta mai battuto.
Tenete a mente, miei piccolini,
non siate volpi se siete ricci puntini!
Essere voi stessi è la cosa più bella,
splende nel cuore come una stella."
Salirono. Eletta appoggiò la testa alla spalla di Viola, che le sorrise. Lori si addormentò quasi subito, con un sorrisino. Ale guardò fuori dal finestrino canticchiando.
E Viola, mentre il vento le scompigliava di nuovo i capelli, si toccò il petto con la mano. Sentì che dentro era proprio Viola. Non doveva essere nessun altro. E questo era già abbastanza.
CIUFFFF, CIUFFFF.
Il trenino li portò a casa.