Storie per Bambini

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Il castello che aveva dimenticato di ridere

Il castello che aveva dimenticato di ridere

✨ Riassunto della Storia

Eletta, Ale, Viola e Lori arrivano con Alfredo al Castello dei Bisbigli, dove il tempo è fermo e le farfalle sono sparite. Aiutano un gufo timido a chiedere aiuto e insieme fanno rifiorire il giardino.

Quella mattina il cielo era coperto di nuvole grosse e morbide, come batuffoli di cotone appoggiati sopra i tetti. Non faceva né caldo né freddo: era una giornata tiepida, perfetta per stare fuori. Eletta, Ale, Viola e Lori erano nel prato dietro casa e facevano finta di essere esploratori coraggiosi. Ale si era messo una foglia sul cappello, Lori correva avanti e indietro cercando tesori nascosti, Viola guardava sotto ogni sasso con i suoi occhi azzurri, ed Eletta camminava adagio, ascoltando i piccoli suoni del prato.

"Zitti un momento," disse Eletta con la sua voce dolce. "Sento qualcosa che arriva."

Da lontano, tra l'erba, si avvicinava un suono allegro: "CIUFFFF CIUFFFF!". Era Alfredo il trenino magico, con i vagoni colorati e il fumo che profumava di zucchero. Si fermò davanti ai bambini, fece suonare il fischietto e disse:

"Ciao piccoli amici dal cuore gentile,
salite sul treno, partiamo in fila!
Vi porto in un posto che aspetta da tanto,
un luogo fermato da un piccolo pianto."

I bambini si guardarono incuriositi. Un pianto? Che cosa voleva dire Alfredo? Ma il trenino sorrideva rassicurante, così salirono tutti a bordo. Alfredo partì dolcemente, passò tra le nuvole di cotone e, dopo un po', si fermò davanti a un grande castello color miele, con torri altissime e un portone di legno enorme.

I quattro amici scesero e si guardarono intorno a bocca aperta. Il castello era bellissimo, ma c'era qualcosa di strano. Tutto era fermo. Sopra la torre più alta c'era un grande orologio, e le sue lancette segnavano sempre le quattro, ferme, immobili. Il giardino davanti al portone era grigio e appassito, senza un fiore. E non c'era nemmeno una farfalla, neanche una.

"Che silenzio," sussurrò Viola. "Sembra che il castello dorma."

Un vento leggero si alzò e passò tra le foglie secche, facendo un rumore delicato, come un sussurro. Sembrava quasi che il castello volesse parlare, ma non trovasse la voce.

"Il vento ci vuole dire una cosa," disse Eletta, tendendo l'orecchio. "Andiamo a vedere."

Entrarono nel castello in punta di piedi. Dentro c'erano lunghi corridoi, scale che salivano e giravano, e tante piccole porte. Lori, che era veloce, corse avanti e trovò una porticina nascosta dietro una tenda impolverata.

"Guardate qui!" gridò. "Una stanza segreta!"

Aprirono la porta con dolcezza. Dentro, in un angolo, c'era un gufo. Un gufo piccolo, con due occhialini tondi appoggiati sul becco. Appena vide i bambini, si nascose dietro le ali e strinse forte una piccola clessidra di vetro, quella con la sabbia che scende piano.

"Non... non abbiate paura," disse il gufo con un filo di voce. "Sono io che ho un po' paura di voi."

"Ciao," disse Eletta, avvicinandosi senza fretta e sedendosi per terra, per essere della sua stessa altezza. "Io sono Eletta. Come ti chiami?"

"Sono il Gufo saggio," rispose lui pianissimo, sbirciando da dietro un'ala. "So rispondere a qualsiasi domanda sui fiori e sulle farfalle. Ma vivo qui da solo, in questa malinconia."

Ale piegò la testa di lato. "Malinconia? Che cos'è la malinconia?"

Il gufo tirò su col becco. "È quella tristezza dolce di quando ti manca tanto qualcuno," spiegò. "Non fa male come una sbucciatura, ma ti pesa un pochino sul cuore."

I bambini annuirono piano. Adesso avevano capito una parola nuova.

Eletta guardò l'orologio fermo che si intravedeva dalla finestrella. "Gufo, perché il tempo qui si è fermato? Perché non ci sono farfalle?"

Il gufo abbassò gli occhi. Tremava un pochino. Per un momento sembrò che non volesse rispondere. Poi, con la voce che si spezzava, disse: "Sono stato io a fermare l'orologio. Tanto tempo fa, il mio migliore amico, una farfalla azzurra, è volato via per il suo lungo viaggio. Quel giorno stavamo bene insieme, ridevamo al sole. Io non volevo che quel momento finisse mai. Così sono salito sulla torre e ho fermato le lancette alle quattro, l'ora in cui lui c'era ancora."

Eletta sentì una piccola stretta al cuore. "E poi?" chiese con dolcezza.

"E poi," continuò il gufo, "se il tempo si ferma, non arriva più la primavera. I fiori non sono più sbocciati. Il giardino è diventato grigio. E senza fiori, le farfalle non tornano più. Io so come far rifiorire tutto, lo so benissimo. Ma è un lavoro troppo grande per me da solo, e io... io sono troppo timido per chiedere aiuto a qualcuno. Ho paura di disturbare."

Viola strinse i pugni, tenace come sempre. "Ma noi siamo qui!"

"Possiamo aiutarti, dai!" saltellò Lori.

Il gufo si strinse ancora di più nelle ali. Voleva dire di sì, ma le parole gli restavano ferme in gola, proprio come le lancette dell'orologio.

Allora Eletta fece una cosa semplice. Non disse niente. Si sedette accanto al gufo, in silenzio, e gli appoggiò una manina sopra l'ala, con delicatezza. Restarono così, vicini, mentre fuori il vento sussurrava piano.

"Sai," disse infine Eletta, "chiedere aiuto non è una cosa da deboli. È una cosa da saggi. E tu sei un gufo saggio, giusto? Le persone che ci vogliono bene sono felici quando possono darci una mano. Non le disturbi. Le rendi contente."

Il gufo la guardò attraverso gli occhialini appannati. Fece un respiro profondo. Il becco gli tremava. E poi, in un sussurro piccolo piccolo, ma coraggioso, disse le parole più difficili di tutte:

"Mi... mi aiutate?"

Appena lo disse, successe una cosa magica. Dall'orologio della torre arrivò un suono lievissimo: "tic". Un solo tic, ma dopo tanto silenzio sembrò un tuono di gioia.

"Avete sentito?" disse Eletta con gli occhi che brillavano. "Il tempo vuole ripartire. Forza, mettiamoci al lavoro!"

Uscirono tutti nel giardino grigio, e il gufo, finalmente meno timido, cominciò a dare istruzioni con la sua voce da saggio. "Qui servono i semi dei fiori profumati... là un po' d'acqua fresca... e i rami alti vanno puliti dalle foglie secche."

All'inizio, però, sembrò che non funzionasse. I bambini lavorarono e lavorarono, ma la terra restava grigia e nessun germoglio spuntava. Lori si sedette per terra, un po' scoraggiato. "E se non ci riuscissimo?" disse con un filo di voce. "E se il giardino restasse spento per sempre?"

Per un momento tutti restarono in silenzio. Anche il gufo abbassò le ali. Ma Eletta si guardò intorno, respirò piano e disse: "Un fiore non sboccia subito. Ci vuole cura, e ci vuole pazienza. Non molliamo proprio adesso." Prese in mano un pugno di semi e lo mostrò agli amici. "Ricominciamo insieme. Uno alla volta."

Quelle parole diedero coraggio a tutti. Lori si rialzò con un salto, Viola strinse i pugni, e ripresero a lavorare più uniti di prima.

Ognuno fece la sua parte. Viola, forte e decisa, spostò i sassi pesanti che coprivano la terra buona. Lori, veloce come un lampo, faceva grandi salti per raggiungere i rami più alti e liberarli. Ale correva a portare l'acqua da una fontanella, avanti e indietro, senza mai stancarsi, e intanto inventava modi buffi per innaffiare più fiori insieme. Ed Eletta, tranquilla e attenta, si prendeva cura di ogni piccolo germoglio, lo copriva di terra morbida e gli sussurrava: "Cresci, cresci piano."

Il gufo li guardava e per la prima volta da tanto tempo sorrideva. Man mano che i bambini lavoravano, il giardino cambiava colore. Spuntò un fiore giallo. Poi uno rosso. Poi tanti, tantissimi, di ogni colore, come se qualcuno avesse acceso mille lucine.

E allora, dal cielo, arrivò la prima farfalla. Poi un'altra, e un'altra ancora, fino a interi sciami che volavano leggeri tra i fiori. Il vento smise di sussurrare tristezza e cominciò a portare in giro un profumo dolce. E l'orologio della torre, con un bel "tic tac, tic tac", riprese finalmente a camminare.

Ma il momento più bello doveva ancora arrivare. Mentre il gufo se ne stava fermo a guardare tutta quella meraviglia, una farfalla azzurra scese piano dal cielo e si posò proprio sopra i suoi occhialini tondi.

Il gufo trattenne il respiro. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, ma erano lacrime felici. "Assomiglia al mio amico," sussurrò. "Non l'ho dimenticato. Me lo ricorderò sempre. Ma adesso ho capito una cosa: fermare il tempo non me lo riporta. Invece, se lascio che il tempo cammini, arrivano cose nuove e belle. E arrivano nuovi amici."

Guardò i quattro bambini, uno per uno. "Grazie. Grazie per essere venuti. E grazie per avermi insegnato a chiedere aiuto."

Eletta gli diede un abbraccio dolce, e anche a lei brillavano un po' gli occhi, di quella gioia che fa venire un sorriso.

Il castello, adesso, era pieno di vita: le farfalle danzavano, i fiori profumavano, l'orologio ticchettava contento. Il Castello dei Bisbigli aveva ritrovato la sua risata.

Dopo un po' si sentì di nuovo il "CIUFFFF CIUFFFF!" di Alfredo il trenino magico, che tornava a prenderli. I bambini salutarono il gufo, che ora salutava con l'ala bene in alto, senza più nascondersi.

Saliti sul treno, Alfredo disse:

"Un gufo timido ha trovato il coraggio,
chiedere aiuto è cosa da saggio!
Il tempo cammina, i fiori son tornati,
tornate a casa, piccoli amici amati."

E mentre il trenino li riportava a casa tra le nuvole di cotone, i quattro amici sorridevano. Avevano imparato che, quando qualcosa dentro di noi si ferma per la tristezza, basta dirlo a qualcuno che ci vuole bene. E tutto, a poco a poco, ricomincia a fiorire.

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