L'amico dietro l'escavatore
📅 Pubblicata il 03/11/2026
✨ Riassunto della Storia
Al parco Gabry, timido, non trova gli amici. Disegnando un escavatore conosce Nico: giocano, rincorrono il disegno nel vento e dividono la banana diventando amici.
Era una mattina di primavera, e il sole entrava dalla finestra come se avesse voglia di giocare.
Gabry si svegliò nel suo lettino a forma di casetta. Si stiracchiò, sbadigliò, e la prima cosa che disse fu: "Oggi si va al palco!"
Voleva dire parco. Ma la erre, certe volte, gli scappava via e diventava una elle. A lui non importava. Lui sapeva benissimo cosa voleva dire.
Entrò mamma Federica, con gli occhiali un po' storti e i capelli castani ancora da legare in coda. Lo prese in braccio e gli diede un bacio sulla guancia.
"Buongiorno, sei il mio zucchi-zucchino," disse ridendo.
Gabry portava ancora il pigiama con il biscotto disegnato in mezzo alla pancia. Ma non per molto. Perché quando c'era da andare al parco, Gabry si vestiva in fretta. Si tolse il pigiama e infilò la sua maglietta preferita, quella del supereroe che spara le ragnatele dai polsi. Con quella addosso si sentiva veloce e coraggioso.
In cucina c'era papà Francesco, alto, con gli occhiali e i capelli neri raccolti in uno chignon dietro la testa. Stava preparando lo zaino.
"Allora, campione, pronto per il parco?" disse papà. Poi, tutto all'improvviso, fece la vocina da orco buono: "Attento, che oggi ti prendo a sacchetto di patate!"
Gabry scoppiò a ridere e scappò dall'altra parte del tavolo. Nel seggiolone, la piccola Elisa, che aveva solo un anno, sbatteva le manine sul vassoio e rideva anche lei, anche se non aveva capito niente.
Nello zaino papà mise una cosa importantissima: la scatola dei colori. Gabry da poco aveva scoperto che gli piaceva disegnare, e adesso voleva sempre portarli con sé. Poi mise una banana, perché la banana era il frutto preferito di Gabry, e due macchinine, una gialla e una rossa.
"Perché al parco," spiegò Gabry serissimo, "ci sono i miei amici di scuola. E con gli amici si gioca."
Mamma mise Elisa nel passeggino, papà si infilò lo zaino, e tutti insieme uscirono nella mattina di primavera.
Il parco era bellissimo. L'erba era verde, verde come la gelatina alla mela. Qua e là spuntavano le prime margherite, piccole e bianche, come se qualcuno avesse seminato dei bottoni. C'erano gli scivoli, le altalene, e un buon odore di terra bagnata.
Ma c'era una cosa ancora più interessante. Appena oltre la rete del parco, in un grande spiazzo, lavoravano una ruspa e un escavatore. Veri. Giganti. Gialli come il sole.
L'escavatore muoveva il suo braccio lungo, prendeva la terra, la sollevava e la posava più in là. La ruspa spingeva avanti un mucchio di terra con la sua grande pala davanti. Facevano un rumore allegro, bruu, bruu, un rumore di cose grandi che lavorano.
Gabry rimase a bocca aperta. Quelli erano i suoi mezzi preferiti in tutto il mondo.
Poi, però, si guardò intorno. E il sorriso gli si fece un po' piccolo.
Perché i suoi amici di scuola non c'erano. Non c'era nessuno che conosceva. Solo un bambino, lì vicino, che giocava da solo con una paletta. Un bambino che Gabry non aveva mai visto.
A Gabry le novità non piacevano molto. E le cose nuove gli mettevano sempre un pochino di paura. Avrebbe voluto andare a dire "ciao, giochiamo?" a quel bambino. Ma gli venne subito un pensiero che gli fece venire il nodo nella pancia.
"E se poi non mi viene bene fare amicizia?" pensò Gabry.
Perché Gabry era fatto così. Lui voleva che le cose gli venissero giuste subito, alla prima volta. E fare amicizia con un bambino mai visto gli sembrava una cosa difficilissima, che non sapeva fare.
Così non andò. Restò vicino alla rete, un po' deluso, a guardare la ruspa che spingeva la terra.
Mamma e papà si sedettero su una panchina con Elisa. Non dissero niente. Ma guardavano.
Gabry guardò ancora un po' l'escavatore. Bruu, bruu. Il braccio su e giù. Poi cominciò ad annoiarsi, e annoiarsi era una cosa che Gabry proprio non sopportava.
Allora si sedette sull'erba, aprì lo zaino e tirò fuori la scatola dei colori e un foglio.
"Adesso ti disegno io," disse all'escavatore.
Prese il pastello giallo e cominciò. Fece un quadrato grande per il corpo. Poi un braccio lungo lungo che andava verso l'alto. Poi una bocca piena di denti, che in realtà era la benna, quella parte davanti che raccoglie la terra. Non gli veniva perfetto. Il braccio era un po' storto. Ma a forza di aggiungere un tratto, e poi un altro tratto, l'escavatore cominciava a somigliare davvero a un escavatore.
Gabry era così preso dal disegno che non si accorse di una cosa.
Il bambino con la paletta aveva smesso di giocare. Si era avvicinato, piano, e adesso era in piedi dietro di lui e guardava il foglio con gli occhi spalancati.
"Che bello," disse il bambino. "È una ruspa?"
Gabry fece un salto per lo spavento. Il cuore gli andò bruu, bruu, come i mezzi del cantiere. Avrebbe voluto dire tante cose, ma la voce gli uscì piccola piccola.
"No," rispose. "È un escavatole. La luspa è quella che spinge."
Lo aveva detto. "Escavatole." "Luspa." Con la elle al posto della erre, come gli capitava sempre.
Il bambino lo guardò. E poi sorrise, un sorriso largo e contento.
"Luspa!" ripeté, ma non per prenderlo in giro. Lo disse perché gli era piaciuta, quella parola. Gli era sembrata buffa e simpatica. "Mi piace come la dici tu. Luspa."
E a quel punto risero tutti e due. Insieme. Risero così forte che Gabry si dimenticò di avere il nodo nella pancia. Il nodo si era sciolto, senza che nemmeno se ne accorgesse.
"Io mi chiamo Nico," disse il bambino. "Anche a me piacciono le ruspe. E gli escavatori. E i camion. E i trattori."
"Anche a me!" quasi gridò Gabry. "E le macchinine! Ne ho due nello zaino. Una gialla e una lossa."
Tirò fuori le due macchinine e ne diede una a Nico. Quella rossa. E senza accorgersene, senza che fosse stato difficile, Gabry si ritrovò a giocare con un bambino che un momento prima non conosceva.
Si sedettero vicini. Facevano correre le macchinine sull'erba, le facevano saltare sulle margherite, le portavano a vedere la ruspa da vicino, attaccati alla rete. Nico faceva il rumore del motore con la bocca. Gabry faceva quello del clacson. Erano bravissimi, tutti e due.
E il disegno dell'escavatore stava lì, sull'erba, al sole.
Poi arrivò il vento.
Fu un soffio di primavera, di quelli allegri, che fanno ballare le foglie. Ma quel soffio passò proprio sotto il foglio e, uuuh, lo sollevò in aria.
"Il mio disegno!" gridò Gabry.
Il foglio volava. Girava su se stesso come una farfalla gialla, saliva, scendeva, scappava lontano sul prato.
"Prendiamolo!" gridò Nico.
E partirono di corsa tutti e due. Correvano sull'erba verde, tra le margherite, con le braccia tese in avanti. Il foglio scendeva, loro quasi lo prendevano, e poi uuuh, un altro soffio di vento e scappava ancora.
Gabry rideva e correva. Non pensava più a fare le cose giuste. Non pensava più a niente. Pensava solo a prendere quel foglio, insieme al suo nuovo amico.
Alla fine il disegno si posò piano su un cespuglio. Nico allungò la mano e lo afferrò. Lo tenne stretto come un tesoro.
"Preso!" disse, tutto senza fiato.
Tornarono indietro camminando, rossi in faccia e felici. Nico porse il disegno a Gabry.
"È tuo," disse. "L'hai fatto tu. È il più bell'escavatore del mondo."
Gabry guardò il suo disegno. L'escavatore con il braccio un po' storto. E pensò una cosa, una cosa piccola ma importante. Pensò che quando aveva cominciato a disegnarlo, non gli veniva bene. Ma aveva aggiunto un tratto, e poi un altro, e alla fine era venuto. Non perfetto. Ma suo.
E anche con Nico era andata così. All'inizio gli sembrava difficilissimo. Poi aveva detto una parola, e poi un'altra, e adesso erano amici. Un pezzetto per volta.
"Dai," disse Gabry. "Facciamo merenda."
Aprì lo zaino e tirò fuori la banana. La guardò. Era una sola. E gli amici veri, questo lo sapeva bene, dividono.
Allora spezzò la banana a metà, con le sue manine, e ne diede un pezzo a Nico.
"Grazie!" disse Nico.
E se la mangiarono seduti sull'erba, guardando la ruspa che continuava a spingere la terra, bruu, bruu, sotto il sole di primavera.
"Domani torni al parco?" chiese Gabry.
"Sì," disse Nico. "Tu torni?"
"Torno. E ti porto un disegno nuovo. Di una luspa."
Risero di nuovo.
Da lontano, sulla panchina, mamma Federica e papà Francesco li guardavano. Non avevano detto una parola per tutto il tempo. Ma avevano gli occhi contenti. E Elisa, nel passeggino, batteva le manine, plin plin, come se avesse capito che era successa una cosa bella.
La sera, a casa, Gabry si mise il pigiama con il biscotto e si infilò nel suo lettino a forma di casetta. Papà Francesco si sedette vicino a lui per leggere la storia della buonanotte.
"Allora, campione," disse papà. "Com'è andata al parco?"
Gabry sorrise, con gli occhi già un po' stanchi.
"Ho trovato un amico nuovo," disse. "Si chiama Nico. All'inizio non mi veniva. Poi mi è venuto."
Papà gli diede un bacio sulla fronte.
"Bravo il mio bambino," disse piano. "Le cose belle cominciano sempre così. Un pezzetto per volta."
E Gabry chiuse gli occhi, con la mano sopra il suo disegno dell'escavatore, pronto a sognare un parco pieno di ruspe, di margherite e di amici.