La tartaruga che torna sempre a casa
📅 Pubblicata il 20/10/2026
✨ Riassunto della Storia
Giacomino e Violetta, in gita d'autunno al museo dei dinosauri e all'acquario, accolgono un bambino arrivato da lontano e scoprono che l'amicizia vera resiste a ogni distanza.
Era una domenica d'autunno, di quelle in cui il cielo sembra lavato di fresco e l'aria sa di foglie bagnate. In casa, Mamma Marianna girava come una trottola con lo straccio in mano.
"Giacomino, Violetta, raccogliete i giochi! Quando dico si fa ordine, si fa ordine!!!" disse. Però intanto rideva, perché era giovane e allegra e sapeva benissimo che l'ordine, in quella casa, durava sempre pochissimo.
Giacomino aveva cinque anni, era piccolo di statura e aveva i capelli ricci e rossi come due manciate di carote. Sul labbro aveva un neo minuscolo, il naso a patata gli si arricciava quando sorrideva, cioè quasi sempre. Infilò al volo la sua maglia preferita, quella con il brontosauro tutto verde disegnato sulla pancia.
"Oggi" annunciò la mamma "andiamo al museo dei dinosauri e all'acquario."
Giacomino fece un salto così alto che per poco non toccava il lampadario. Violetta, quattro anni, una piccola bombetta con i riccioli neri e gli occhi di un azzurro profondo, batté le mani fortissimo. Portava la sua sciarpa rossa, il suo colore preferito, e una tuta comoda, perché i vestitini da fatina non le erano mai piaciuti.
"L'acquario! L'acquario!" gridò, arrotando la erre in quel suo modo tutto speciale, che faceva sembrare ogni parola un viaggio in un paese lontano. Violetta amava gli animali, e quando si annoiava sfogliava il suo libro e immaginava viaggi oltre i mari, fin dove vivevano le creature più strane del mondo.
Uscirono che era ancora mattina. Il parco in autunno era diventato un mare di foglie rosse e gialle. Violetta, senza pensarci due volte, si buttò a rotolare nell'erba ridendo, mentre una pioggia di foglie le finiva sui capelli. Giacomino invece camminava più tranquillo, attento, raccogliendo le foglie una a una. Ne trovò una tutta frastagliata e la alzò verso il sole.
"Guarda" disse tutto serio. "Sembra la cresta di uno stegosauro."
Uno scoiattolo lo osservò da un ramo, mosse la coda come per salutarlo, poi scappò via. I due bambini saltarono due pozzanghere, inseguirono le foglie nel vento e arrivarono al museo con le guance rosse per il freddo buono dell'autunno.
Dentro, nella grande Sala dei Dinosauri, c'era uno scheletro gigante che quasi toccava il soffitto. Le luci erano morbide, e nelle teche riposavano uova di dinosauro grandi come palloni. Giacomino rimase a bocca aperta. Quello era il suo mondo. Lui i dinosauri li conosceva tutti, i nomi difficili, cosa mangiavano, quanto erano grandi.
In un angolo, vicino alle uova, c'era un bambino tutto solo. Teneva le mani in tasca e guardava per terra. Non parlava con nessuno. La mamma si avvicinò e sussurrò che quel bambino era arrivato da poco da un paese lontano, oltre il mare, e non conosceva ancora nessuno.
Giacomino lo guardò a lungo. Di solito, davanti ai bambini nuovi, lui aspettava. Era timido, e prima di buttarsi aveva bisogno di tempo. Ma dentro Giacomino era anche tenace, testardo come un mulo, e quel giorno la testardaggine vinse la timidezza. Fece due passi e si fermò accanto al bambino, indicando lo scheletro enorme.
"Quello è un brontosauro" spiegò. "Mangiava soltanto foglie, tutto il giorno. Ed era grande come tre autobus messi in fila."
Il bambino alzò gli occhi, ma non rideva ancora. Allora Giacomino gli raccontò la cosa più buffa che gli venne in mente.
"E lo sai una cosa? Secondo me, tanto tempo fa, aveva pure i pitocci."
"I pitocci?" chiese il bambino, confuso.
"I pidocchi!" rise Violetta, arrivata di corsa. "Giacomino dice sempre le parole alla rovescia. Ieri ha detto perfino coccodrillo al posto di coccinella!"
E allora rise anche il bambino nuovo, prima con un sorriso piccolo, poi con una risata grande, e il ghiaccio si ruppe come una pozzanghera sotto le scarpe.
Violetta, che chiacchierava con chiunque e non aveva paura di niente, prese per mano il nuovo amico.
"Vieni, facciamo una gara a chi trova più animali nascosti nelle teche" disse. "Io faccio le squadre!"
Fare le squadre era la cosa che Violetta amava di più al mondo. Sognava sempre i giochi dove si corre tutti insieme per lo stesso traguardo, quelli in cui nessuno gioca da solo. Divise i dinosauri come in una vera partita, uno per uno, e tutti e tre corsero da una teca all'altra ridendo, indicando code, denti e artigli giganti.
Ma Giacomino, si sa, quando è stanco non resiste. Dopo tanto correre, trovò un angolo tranquillo dietro una grande felce finta, si accucciò per riposare un pochino gli occhi, e in un attimo si addormentò come un ghiro, con la guancia appoggiata sul suo brontosauro verde.
Quando Violetta e il bambino nuovo si voltarono, Giacomino non c'era più.
"Giacomino?" chiamò Violetta. Nessuna risposta.
Lo cercarono dietro lo scheletro, sotto le scale, vicino alle uova giganti. Niente. Mamma Marianna telefonò subito alla Nonna Geppina per avvisarla, e la nonna, che era affettuosa ma anche un pochino ansiosa, si portò una mano al cuore.
"Trovatelo subito, quel tesoro!" disse al telefono, con la voce che tremava.
Fu allora che Violetta si fermò. Chiuse gli occhi forte e pensò. Dove si rannicchia Giacomino quando è stanco? Nel posto più tranquillo e più nascosto che riesce a trovare. E in quella sala, il posto più tranquillo era proprio dietro la grande felce.
Violetta ci corse. E lo trovò lì, che dormiva beato, con un filo di bava sul mento e il brontosauro sotto la guancia.
"L'ho trovato io!" gridò, felice, arrotando la erre più che mai.
Giacomino aprì un occhio solo. "Mi stavo soltanto riposando gli occhi" borbottò. E tutti scoppiarono a ridere, mentre la mamma lo riabbracciava stretto.
Nel pomeriggio andarono all'acquario. Dentro era buio e fresco, e un lungo tunnel di vetro passava proprio in mezzo all'acqua, così sopra la testa dei bambini nuotavano i pesci. C'era una vasca speciale, piena di pesci che brillavano nel buio come tante piccole lanterne accese. Violetta ci appoggiò il naso contro il vetro, incantata.
"Sono i pesci lanterna" spiegò una guida gentile. Poi indicò un'ombra grande e lenta che si avvicinava dondolando nell'acqua. "E quella è una tartaruga marina. Sapete una cosa curiosa? Queste tartarughe attraversano interi oceani, nuotano per tanti mesi in mezzo al mare, e poi tornano sempre a casa, esattamente nel posto dove sono nate."
"Anche se è lontanissimo?" chiese Violetta, con gli occhi grandi.
"Anche se è dall'altra parte del mondo" rispose la guida.
A quelle parole, il bambino nuovo diventò triste. Guardava la tartaruga che scivolava via nell'acqua, e gli occhi gli si riempirono.
"La mia casa è lontana" sussurrò. "È oltre il mare. E i miei amici sono rimasti tutti là."
Per un momento nessuno disse niente. Poi Giacomino, che non era il più veloce a correre, né il più bravo in nessuno sport, trovò proprio la cosa giusta da dire. Perché a far sentire gli altri un po' meno soli, quello sì, Giacomino era bravissimo.
"Guarda la tartaruga" disse con voce calma. "Lei va molto lontano, ma gli amici veri non li perde mai. Si ritrovano sempre." Poi indicò il pesce più luminoso di tutta la vasca. "E adesso, qui, hai due amici nuovi. Io e Violetta."
"Due amici qui, e tutti i tuoi amici là" aggiunse Violetta. "Vuol dire che ne hai il doppio di tutti gli altri!"
Il bambino sorrise, e nel buio dell'acquario i suoi occhi brillarono come i pesci lanterna. Si strinsero la mano tutti e tre, forte, come fanno le vere squadre, quelle che non lasciano mai indietro nessuno.
Mentre uscivano, con le lucine dell'acquario ancora negli occhi, Giacomino pensò a una cosa importante. Aveva provato tanti sport, il calcio, il nuoto, la corsa, e non era mai stato il più bravo in nessuno. Ma quel giorno aveva capito qual era la sua cosa speciale: far sentire gli altri a casa, anche quando la casa è dall'altra parte del mare. E questo, forse, valeva più di qualunque medaglia.
Quando a sera arrivarono dalla Nonna Geppina, la trovarono sulla porta con le braccia spalancate. Li strinse uno per volta, poi tutti e due insieme.
"Eravate spariti! Mi è venuto un batticuore grosso così!" disse, ma rideva di sollievo.
Si sedettero vicini, al caldo. Violetta, che quando era stanca aveva bisogno di coccole, si arrampicò sulle ginocchia della nonna. E la Nonna Geppina attaccò una delle sue canzoncine in dialetto, quelle che conosceva solo lei, piene di parole buffe che facevano ridere. Giacomino, naturalmente, ne sbagliò la metà, e Violetta arrotò tutte le erre che poteva.
Prima di andare a dormire, Giacomino andò alla finestra e guardò il cielo scuro d'autunno.
"Nonna" chiese piano, "come si saluta un amico che vive oltre il mare?"
La nonna sorrise e gli accarezzò i capelli color carota. "Si manda un bacio nel vento. E il vento, leggero, lo porta fino a là."
Allora Giacomino e Violetta aprirono appena la finestra e mandarono un bacio grande, fino al mare lontano, a tutti gli amici del mondo. Anche a quelli che non avevano ancora conosciuto, ma che un giorno, chissà, avrebbero incontrato.
E quella notte, per la prima volta, Giacomino si addormentò felice di essere proprio come era: piccolo, timido, testardo, e capace di far sentire tutti un po' più a casa.