Storie per Bambini

storie per bambini dai 2 ai 5 anni

La parola che riaccese i colori

La parola che riaccese i colori

✨ Riassunto della Storia

Valentino entra in un regno fiabesco spento dalla Noia e, con il suo modo buffo di inventare parole, riaccende colori e risate insieme al piccolo pipistrello Murci.

Era un pomeriggio d'estate e Valentino non sapeva più cosa inventarsi.

Aveva sette anni, due gambe forti che non si stancavano mai e la testa piena di idee che gli ronzavano dentro come api in un barattolo. Quel giorno aveva già tirato calci al pallone, aveva già appoggiato la sua "bicilar" al muro del giardino, aveva persino ballato in salotto facendo il passo che scivola all'indietro, quello del re che danza senza mai andare avanti. Eppure adesso si annoiava, e per Valentino la noia era la cosa più "difacile" del mondo.

"Mamma, mi racconti una storia? Con le voci diverse," chiese.

La mamma gli accarezzò i capelli e sorrise. "Più tardi, mostriciattolo mio. Oggi è domenica: tra poco tu e papà preparate le polpette per il sugo."

Valentino uscì in giardino ad aspettare. E fu lì che la vide: una lucina piccola come una lucciola, che danzava tra gli alberi in fondo, dove cominciava il Bosco dei Sussurri. La lucina lo chiamava, ne era certo. E Valentino, che era un bambino coraggioso, la seguì.

Camminò tra le foglie che bisbigliavano, finché arrivò in una radura. Al centro, in mezzo al muschio, c'era un vecchio semaforo di pietra, tondo e silenzioso, con tre luci spente coperte di licheni. Valentino lo riconobbe subito, anche se non l'aveva mai visto prima.

"Tu sei un femaforo," disse ridendo. "Ti chiamo come dico io: Femaforo!"

E il Femaforo si svegliò. La prima luce si accese, rossa come il cuore. La seconda, nera come la notte buona. La terza, dorata come il sole d'estate. Tra le tre luci si aprì un varco pieno di luce, e Valentino, senza pensarci due volte, ci saltò dentro.

Si ritrovò in un regno meraviglioso, in riva a un mare che un tempo doveva brillare. C'erano torri di pietra tonde come castelli di giganti buoni, le Torri Addormentate, e paesini dai tetti colorati arrampicati sulla collina. Doveva essere un posto bellissimo, in Sardegna, proprio il posto che Valentino aveva sempre sognato.

Ma qualcosa non andava. Era tutto grigio. Una nebbiolina fredda si era posata su ogni cosa e aveva spento i colori, come quando si soffia su un disegno ancora bagnato. Le finestre dei paesini sembravano tristi, le fontane erano zitte, e nessuno rideva.

"Che posto difacile," sussurrò Valentino.

Poi sentì un tremito vicino ai suoi piedi. In mezzo alla nebbia c'era una creaturina piccola come la sua mano: un pipistrellino infreddolito, appeso a testa in giù a un filo d'erba, che tremava e ridacchiava senza riuscire a smettere.

"Un murciégalo," disse Valentino con dolcezza. Amava gli animali, e il cuore gli si riempì di tenerezza. Si tolse la sciarpa, quella rossa e nera che portava sempre, e avvolse la creaturina per scaldarla.

"Grazie, grazie," squittì il pipistrellino, che aveva l'abitudine buffa di ripetere sottovoce l'ultima parola. "Mi chiamo Murci. Murci."

"Perché è tutto così grigio, Murci?" chiese Valentino.

Il pipistrellino sospirò, e dal sospiro gli uscì una scintilla di luce. "È colpa della Noia," disse. "È arrivata come una nebbia e ha spento ogni cosa. Una volta questo regno rideva: le fontane cantavano, le finestre facevano le smorfie. Ma gli abitanti hanno dimenticato le parole che fanno ridere." Aprì un sacchettino che portava al collo. Dentro c'erano decine di paroline smarrite, che tremavano al buio. "Le custodisco io, ma da solo ho troppa paura per dirle a voce alta."

"E allora chi può salvare il regno?" chiese Valentino.

Murci lo guardò con i suoi occhietti grandi. "Solo chi inventa parole nuove senza aver paura di sbagliarle. Solo chi gioca anche quando è difacile." Poi ridacchiò. "Difacile. Tu hai detto difacile. Nessuno dice le parole come te. Come te."

Valentino sorrise. Quello era proprio il suo modo di parlare.

"Vieni," disse Murci. "Ti faccio strada. A testa in giù vedo il mondo al contrario, e così trovo sempre la via. La via."

Arrivarono davanti a un ponte di pietra che portava verso il centro del regno. Ma appena Valentino ci mise un piede, le pietre cominciarono a sgretolarsi e a cadere giù nella nebbia.

"È troppo difacile," pigolò Murci, spaventato.

E Valentino capì. Rise e gridò forte: "Difacile!"

E quella parola, detta ridendo, fece il contrario di quel che diceva: le pietre tornarono al loro posto, una dopo l'altra, e il ponte si rifece solido sotto i suoi piedi. La sciarpa rossa e nera si illuminò. Murci rise, e dal suo riso volarono scintille.

Dall'altra parte del ponte li aspettava una scala stranissima, che invece di salire scendeva, e invece di scendere saliva. Più Valentino provava a salire, più si ritrovava in basso.

"Questa la conosco," disse. Si girò di spalle e fece il passo che scivola all'indietro, quello del re che balla senza andare avanti. E camminando indietro, come per magia, salì fino in cima.

Lassù lo aspettava la Baia d'Argento, con una lunga roccia liscia a picco sul mare. Bisognava attraversarla per raggiungere il cuore del regno, ma la roccia era stretta e scivolosa come la lama di un coltello.

Valentino fece un respiro. Lui praticava il taekwondo, e il taekwondo gli aveva insegnato una cosa preziosa: l'equilibrio non è la forza di spingere, è la calma di restare saldi dentro. Allargò le braccia, guardò lontano e attraversò la roccia con passi sicuri, leggero e veloce come i campioni che corrono come il vento.

Dall'altra parte c'era una fontana secca, con l'acqua ferma e grigia. Accanto riposava un sasso tondo. Valentino conosceva bene i sassi tondi, perché amava il "fulbot", il gioco del pallone. Prese la mira e diede un calcio gentile al sasso, come sapeva fare lui. Il sasso si trasformò in una palla di luce che rotolò dentro la fontana, e l'acqua si svegliò di colpo, zampillando felice.

"Gol," rise Murci. "Gol."

A ogni parola buffa, a ogni passo coraggioso, un pezzetto di colore tornava: un tetto si faceva rosso, una porta diventava azzurra, un fiore si riaccendeva. Le prime finestre dei paesini smisero di essere tristi e cominciarono a sorridere.

Ma proprio mentre Valentino si sentiva forte, la nebbia tornò a farsi più fitta. Fredda, grigia, pesante. E dentro quella nebbia Valentino sentì una vocina brutta, la vocina della Noia, che gli diceva: "Tu parli tutto sbagliato. Femaforo, murciégalo, difacile. Non sono parole vere. Non servi a niente."

Valentino si fermò. Per un momento ci credette. Abbassò le braccia, e la sciarpa si spense.

"Valentino," sussurrò Murci, tremando. "Non ti fermare. Fermare."

Ma Valentino era stanco di non essere capito. Fu allora che pensò a Tete, il suo fratello grande, il suo eroe, quello che sorrideva sempre e restava calmo davanti a ogni cosa. E pensò alla voce della mamma, quella delle storie della buonanotte, che gli diceva sempre: "Non smettere mai di inventare, mostriciattolo."

E capì una cosa. Le sue parole non erano sbagliate. Erano sue. E in quel regno erano proprio quelle ad avere valore.

Riprese coraggio. La sciarpa tornò a brillare, rossa e nera. "Andiamo, Murci," disse. "Fino in fondo."

Arrivarono alla Piazza delle Risate, dove c'era la grande Fontana Madre e tutte le piccole fontane cantarine, mute da troppo tempo. Qui la Noia era più forte che mai: la nebbia girava intorno a loro come un vortice grigio e sembrava voler inghiottire ogni cosa.

Valentino provò le sue parole. "Difacile!" Niente. "Fulbot!" Niente. Nessuna parola conosciuta funzionava più.

"Serve una parola nuova," gridò Murci. "Una che non esiste ancora. Ancora!"

Valentino chiuse gli occhi. Pensò alla risata della mamma, al sole della Sardegna, alla gioia che sentiva ogni volta che aiutava una bestiolina. Mescolò le sue tre lingue dentro la pancia, le fece girare come il sugo della domenica, e tirò fuori la parola più buffa che avesse mai detto:

"RISALÙZ!"

Era una parola fatta di risate e di luce, nata tutta insieme nella sua bocca. Appena la gridò, ridendo, Murci la gridò con lui, e tutte le paroline del sacchettino saltarono fuori ridendo anche loro.

La risata esplose come un sole. Un'onda di luce calda spazzò via la nebbia grigia in un istante. E i colori tornarono tutti insieme: per primi il rosso e il nero, poi l'azzurro del mare, il verde delle colline, il dorato dei tetti. La Fontana Madre zampillò alta nel cielo, e tutte le fontane cantarine si misero a cantare. Le finestre scoppiarono a ridere, una dopo l'altra, in tutto il Borgo delle Finestre Ridenti.

Il mare della Baia d'Argento tornò a brillare come mille monete. Gli abitanti del regno uscirono dalle case ridendo e ringraziarono Valentino: il bambino che diceva le parole a modo suo aveva ridato le risate a tutti.

Murci fece una capriola a testa in giù. "Hai inventato una parola nuova," disse. "Risalùz. Risalùz. Non la dimenticheremo mai. Mai."

Il sole cominciava a scendere. Era ora di tornare. Valentino abbracciò Murci, e il pipistrellino gli lasciò nel taschino una scintilla di luce. "Per quando ti annoi," disse.

Valentino raggiunse il Femaforo e lo chiamò per nome. Le tre luci si accesero: rossa, nera, dorata. Saltò nel varco e si ritrovò in giardino, proprio mentre la mamma si affacciava alla finestra.

"Mostriciattolo! È ora delle polpette!"

In cucina papà lo aspettava con le mani già sporche di pane bagnato. "Eccolo qua," disse papà, e gli fece il solletico ai piedi come sempre. "I miei piedini. Pie y Dino."

Valentino scoppiò a ridere e si mise a impastare accanto a lui, arrotolando le polpette tra le mani per il sugo della domenica. Raccontò del regno, del Femaforo, di Murci e della nebbia grigia. Papà sorrideva, perché papà sorrideva sempre.

Quella sera, a letto, la mamma gli rimboccò le coperte e fece le voci diverse, come piaceva a lui.

"Lo sai, mamma?" disse Valentino, con gli occhi già pesanti di sonno. "Oggi ho inventato una parola nuova."

"Lo so," rispose la mamma, e lo baciò sulla fronte. "Non smettere mai, mostriciattolo mio."

E Valentino si addormentò sereno, con una parola tutta sua custodita nel cuore, piccola e luminosa come una scintilla.

Risalùz.

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