Storie per Bambini

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La notte in cui tornarono i colori

La notte in cui tornarono i colori

✨ Riassunto della Storia

Eletta e gli amici viaggiano con Alfredo nella Cameretta di Mezzanotte e aiutano un pentolino pauroso: fanno pace e, scaldandosi insieme, riaccendono i colori sbiaditi dei vestiti.

Quella sera, fuori dalla finestra di Eletta, cadeva una pioggerella leggera che faceva tic-tic sul vetro, come se tanti ditini bussassero per chiedere di entrare. Poi, all'improvviso, la pioggia smise. Il cielo si pulì, le nuvole si aprirono come tende, e dietro spuntò una luna grande e tonda che riempì la cameretta di una luce d'argento.

Eletta, Ale, Viola e Lori erano tutti lì, in pigiama, seduti sul tappeto. Non avevano per niente sonno.

"Giochiamo ai travestimenti!" propose Viola, con i suoi occhi azzurri che brillavano.

In un angolo della stanza c'era il Baule dei Mille Travestimenti. Era un vecchio baule di legno, pieno zeppo di vestiti colorati: mantelli rossi, cappelli a punta, ali dorate, gonne che sembravano arcobaleni, maschere da leone e corone che luccicavano.

I quattro amici aprirono il coperchio e, oh, che meraviglia! I colori dei vestiti erano così vivi che sembravano accesi come lampadine.

"Io faccio il re!" disse Ale, afferrando un mantello rosso.
"No, il re lo faccio io!" disse Lori, tirando il mantello dall'altra parte.
"L'ho preso prima io!" ribatté Ale.
"Non è vero, l'ho visto prima io!"

Le vocine cominciarono ad alzarsi. Anche Viola si mise in mezzo: "Allora il re lo faccio io, così smettete tutti e due!"

E mentre tiravano il mantello di qua e di là, successe una cosa stranissima.

Nella cameretta cominciò a fare freddo. Un freddo pungente, come quando apri il congelatore e ti arriva l'aria gelata sul naso. E dalla finestra, al posto della pioggia, iniziò a entrare la neve: fiocchi bianchi che scendevano lenti come piume.

Ma la cosa più strana era un'altra. A ogni strattone, a ogni vocina arrabbiata, i colori dei vestiti nel baule diventavano più deboli. Il mantello rosso diventò rosa pallido. Poi quasi grigio.

"Guardate," sussurrò Eletta, che fino a quel momento era rimasta in disparte. "I vestiti stanno diventando sbiaditi."

"Sbiaditi? Che vuol dire?" chiese Lori, fermandosi di colpo.

"Sbiadito vuol dire che il colore si spegne," spiegò Eletta con la sua vocina tranquilla. "Come un disegno che lasci troppo tempo al sole: prima il rosso diventa rosa, e poi quasi bianco."

Era proprio così. Tutto il baule stava perdendo i suoi colori. E più i bimbi restavano arrabbiati, più faceva freddo.

Proprio allora, da sotto il letto, arrivò un suono conosciuto.

"CIUFFF CIUFFF!"

Era Alfredo il trenino magico! Spuntò dal buio con i suoi vagoni luccicanti e si fermò in mezzo alla cameretta, che intanto, sotto la luce della luna, era diventata enorme, grande come una piazza. I giocattoli sugli scaffali sbadigliavano e si stiracchiavano, svegliandosi uno dopo l'altro.

Alfredo il trenino magico fischiò e disse:

"CIUFFF CIUFFF! Salite, bambini, venite con me,
stanotte la luna fa luce d'argento per te.
Vi porto nel cuore di un posto segreto e incantato,
dove un amico tremante aspetta d'essere coccolato."

I quattro bimbi, un po' sorpresi e un po' incuriositi, salirono sui vagoni. Il mantello sbiadito rimase a terra, dimenticato. Il trenino partì, correndo tra montagne di cuscini alti come colline e fiumi di coperte azzurre.

"Che freddo che fa!" disse Ale, soffiandosi sulle mani.
"E guardate quanta neve," aggiunse Viola, mentre i fiocchi le si posavano sui capelli come stelline.

Lori si strinse nelle spalle e nessuno disse più niente: erano ancora un pochino arrabbiati per il mantello, e quel silenzio imbronciato faceva freddo quasi quanto la neve.

Alfredo li portò fino a un angolo lontano della Cameretta di Mezzanotte, dove c'era una piccola cucina giocattolo. E lì, dietro una tazza rovesciata, qualcosa tremava.

Era un pentolino.

Un pentolino di metallo con due manici che sembravano orecchie e un coperchio un po' storto che gli faceva da cappello. Tremava così tanto che il coperchio sbatteva: clin, clin, clin.

"Chi... chi siete?" balbettò il pentolino, nascondendo il musetto. "Siete venuti a sgridarmi?"

Eletta, che non sopportava di vedere qualcuno spaventato, si avvicinò con dolcezza. "No, piccolino. Siamo amici. Come ti chiami?"

"Sono il Pentolino pasticcione," rispose, sempre tremando. "Io so cucinare da solo. Ma combino sempre pasticci. E stanotte ho fatto il pasticcio più grosso di tutti."

"Quale pasticcio?" chiese Viola, avvicinandosi anche lei.

Il Pentolino tirò un sospiro lungo. "Avevo visto i vostri vestiti diventare sbiaditi. Così ho voluto aiutarvi. Volevo cucinare la Zuppa dei Colori, quella che rimette il colore a tutte le cose. Ma avevo paura di sbagliare, le zampe mi tremavano, e ho rovesciato tutto! Adesso la zuppa è diventata grigia. E se arriva qualcuno, mi manderà via di sicuro, perché combino solo guai."

E due lacrime piccole gli scesero lungo i fianchi di metallo.

Eletta sentì una stretta al cuore. Si inginocchiò accanto al pentolino e gli posò una mano sul coperchio tiepido.

"Nessuno ti manderà via," gli disse con dolcezza. "Sbagliare non toglie l'affetto a nessuno. Anche io a volte faccio pasticci. Rovescio il latte, perdo i pastelli, inciampo nelle scarpe. Ma la mia mamma Elisa e il mio babbo Andrea mi vogliono bene lo stesso."

Il Pentolino alzò appena il musetto. "Davvero?"

"Davvero," disse Eletta. "Adesso proviamo a fare la zuppa insieme. Non da solo. Così, se trema uno, lo tiene su un altro."

Si avvicinarono tutti alla grande pentola dove la Zuppa dei Colori ribolliva, ma era grigia come una giornata di nebbia. Il Pentolino ci versò dentro una goccia di rosso, una di giallo, una di blu. Viola, che non mollava mai, afferrò il mestolo e mescolò con tutte le sue forze.

Ma la zuppa restò grigia.

"Non funziona," piagnucolò il Pentolino. "Lo sapevo, sono un disastro."

"Aspettate," disse Eletta, guardandosi intorno. Ale, Lori e Viola erano ancora un po' imbronciati per il litigio di prima. Stavano ognuno in un angolo diverso, distanti, con le braccia incrociate. E proprio lì, tra loro, faceva un freddo cane.

Allora Eletta capì.

"Ho capito perché la zuppa resta grigia," disse con gli occhi che le brillavano. "Non è colpa degli ingredienti. È colpa del freddo. E il freddo è arrivato quando abbiamo litigato. I colori sono fatti di calore! E il calore nasce quando ci vogliamo bene, anche dopo che abbiamo bisticciato."

Si voltò verso Ale e Lori. "Scusatemi se prima sono rimasta zitta. Dai, facciamo pace. Fa troppo freddo per restare arrabbiati."

Ale guardò Lori. Lori guardò Ale. E tutti e due si sentirono un po' sciocchi per aver litigato per un mantello.

"Scusa, Lori," disse Ale.
"Scusa anche tu, Ale," rispose Lori. "Il mantello possiamo usarlo a turno."

Viola sorrise e li raggiunse. "E io faccio la regina, così siamo pari!"

Poi fecero una cosa semplice. Si sedettero tutti vicini, stretti uno all'altro, intorno al Pentolino. E siccome la neve faceva freddo, Eletta prese una grande coperta morbida e la stese sopra tutti quanti: lei, Ale, Viola, Lori e anche il Pentolino pasticcione, proprio nel mezzo.

"Così dividiamo il calore," disse Eletta. "Se stiamo vicini, nessuno ha freddo."

Sotto la coperta cominciò a fare caldo. Un bel tepore, come quando ti abbracci la mattina ancora assonnato. Eletta sentì la spalla di Ale contro la sua, la manina di Viola stretta nella sua e il respiro tranquillo di Lori accanto. Il Pentolino, lì nel mezzo, smise di tremare. Il suo coperchio non faceva più nessun rumore, e un calore leggero gli saliva su dai manici fino al cappello storto.

E allora accadde la magia.

La Zuppa dei Colori, scaldata da tutto quel tepore, cominciò a ribollire. Pluf, pluf! Dal grigio spuntò un rosso acceso. Poi un giallo di sole. Poi un blu di mare. Il vapore saliva colorato come un arcobaleno e si spargeva per tutta la cameretta.

I bimbi guardavano a bocca aperta.

Il vapore volò fino al Baule dei Mille Travestimenti, nell'angolo più distante, e uno dopo l'altro i vestiti tornarono vivi. Il mantello riprese il suo rosso fiammante. Le ali tornarono dorate. Le gonne ridiventarono arcobaleno. Niente più sbiadito: tutto brillava di nuovo.

"Ce l'abbiamo fatta!" gridò il Pentolino, e per la prima volta rise, facendo tintinnare il coperchio di gioia. "Grazie. Grazie per non avermi mandato via."

Eletta gli diede un bacino sul coperchio tiepido. Aveva gli occhi un po' lucidi, ma era un pianto bello, di quelli che fanno sorridere.

Dopo un po', quando tutti erano caldi e felici, si sentì di nuovo il fischio.

"CIUFFF CIUFFF!"

Era Alfredo, pronto a riportarli a casa. Prima di partire, il trenino disse:

"CIUFFF CIUFFF! Ora a casa, il viaggio è finito:
chi dona il suo caldo non lascia un amico infreddolito.
In famiglia si bisticcia, ma il cuore resta acceso,
e con un forte abbraccio nessuno resta offeso."

I bambini salutarono il Pentolino con la mano, promettendo di tornare a trovarlo presto. Poi salirono sul trenino, stretti sotto la coperta, e si addormentarono cullati dal dondolio dei vagoni.

Quando babbo Andrea e mamma Elisa aprirono la porta della cameretta per dare la buonanotte, trovarono i quattro bimbi addormentati sul tappeto, abbracciati sotto una coperta, con un sorriso sulle labbra. E intorno a loro, nel baule, tutti i vestiti erano accesi di colori bellissimi.

"Guarda che pace," sussurrò Elisa, posando un bacio sulla fronte di Eletta.

"E che colori," disse Andrea con una delle sue battute. "Qui dentro è passato un arcobaleno a fare merenda!"

Spensero la luce. Ma la cameretta, quella notte, restò calda e colorata fino al mattino.

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