Storie per Bambini

storie per bambini dai 2 ai 5 anni

La danza che risvegliò i colori

La danza che risvegliò i colori

✨ Riassunto della Storia

Aurora e le amiche Maelle, Celeste ed Emma entrano in un regno viola addormentato e lo risvegliano unendo calma e coraggio, con una danza inventata e una campanella magica.

Quella sera d'estate il giardino profumava di erba calda e di gelsomino. Il sole scendeva piano dietro le colline, e tutto si tingeva di un colore dolce, quasi viola, il colore che Aurora amava di più al mondo. Lei era seduta sotto il Grande Albero delle Chiacchiere, l'albero più alto del giardino, quello a cui parlava ogni giorno.

"Ciao, amico mio," gli disse, appoggiando la mano sul tronco caldo. "Oggi ho inventato una storia bellissima con le mie bambole preferite. C'era una principessa che sapeva ballare tra le stelle e comandava ai fiori di aprirsi."

Accanto a lei, la gattina Stella faceva le fusa, arrotolata come un gomitolo. Dalla finestra si affacciò Davide, il fratello grande di tredici anni, con un sorriso furbo.

"Aurora parla di nuovo con l'albero," disse ridendo. "Il giardino delle chiacchiere apre alle otto, signori e signore!"

Aurora non ci badò. Lei sapeva una cosa che Davide non sapeva: l'albero, certe volte, la ascoltava davvero. E quella sera, per la prima volta, l'albero le rispose.

"Aurora," sussurrò una voce che veniva dalle foglie, dolce come il fruscio del vento. "Ho bisogno proprio di te."

Aurora sgranò gli occhi marroni. Stella drizzò le orecchie di scatto.

"Sono l'ultimo ramo vivo di un regno lontano," continuò l'albero. "Si chiama Lavandaria, il regno tutto viola. Ma la Regina si è addormentata, i colori si sono spenti, e nessuno sa più risvegliarli. Fra le mie radici c'è un passaggio segreto. Vuoi venire ad aiutare?"

Aurora era prudente, questo è vero. Ma era anche molto tenace. Non ci pensò a lungo. Corse a chiamare le sue tre amiche, che quella sera dormivano da lei: Celeste, la più attenta di tutte, e poi Maelle ed Emma, le due più coraggiose, quelle che si arrampicavano sempre sugli alberi più alti senza avere paura.

"Venite," disse Aurora con gli occhi che brillavano. "C'è un regno che ha bisogno di noi."

Tra le radici del Grande Albero si era aperto un cerchio di luce viola, tiepido come un raggio di sole. Stella ci saltò dentro per prima, fiutando l'aria con il nasino rosa. Le quattro bambine si tennero per mano e la seguirono.

Quando aprirono gli occhi, si trovarono davanti a un castello enorme. Ma non era un castello allegro. Le torri, i giardini, le bandiere: tutto era grigio come la cenere. Non si sentiva un canto, non si vedeva un fiore. Solo un silenzio grande e triste, come una casa in cui nessuno ride più.

"Che tristezza," disse Celeste guardandosi intorno con attenzione. "Sembra che qui nessuno respiri."

"Presto!" gridarono insieme Maelle ed Emma. "Corriamo a cercare la Regina!"

E via, di corsa, senza aspettare nessuno. Attraversarono un arco e si tuffarono dentro un grande giardino di rose. Ma quelle rose erano strane: dormivano, con i petali chiusi, e sospiravano nel sonno. Più le bambine correvano, più i rami si allungavano e si intrecciavano, finché Maelle ed Emma si ritrovarono avvolte dai rovi, prigioniere del Roseto Addormentato.

"Aiuto!" chiamò Maelle, tirando con tutte le sue forze. "Più tiro, più mi stringe!"

Aurora e Celeste arrivarono di corsa, ma non si buttarono avanti. Si fermarono. Respirarono.

"Non tirate," disse Aurora con calma. "Ascoltate. Queste rose dormono. Se le svegliamo di scatto, si spaventano e stringono ancora di più."

Allora Aurora fece qualcosa di semplice. Cominciò a canticchiare una nenia dolce, la stessa che cantava alle sue piante in giardino, quando la sera dava loro la buonanotte. Le rose, poco alla volta, allentarono i rami e tornarono a sospirare tranquille. Maelle ed Emma poterono uscire, un po' spettinate ma sane e salve.

"Grazie," disse Emma, sorpresa. "Correre non è servito a niente. Ci hai salvate parlando con dolcezza."

"A volte ascoltare vale quanto correre," rispose Aurora, e sorrise.

Arrivarono così nel cortile del castello, dove al centro cresceva un vecchio albero grigio, grande e silenzioso. Aurora capì subito: era il gemello del suo Grande Albero delle Chiacchiere. Gli si avvicinò e gli parlò, proprio come faceva a casa.

"Ciao," gli disse dolcemente, con la mano sul tronco freddo. "Sono venuta ad aiutare. Mi dici il tuo segreto?"

L'albero-cuore fece tremare le sue foglie di cenere. E parlò con una voce antica e stanca.

"Il regno si sveglia in due modi, bambina. Serve una danza allegra, e serve la Campanella di cristallo viola, nascosta in cima alla Torre delle Campanelle. Ma nessuno riesce più a salire. La torre è alta, e chi la custodisce dorme da tanto tempo."

"Ci pensiamo noi," dissero subito Maelle ed Emma, e stavolta Aurora annuì contenta. Adesso il loro coraggio serviva davvero.

Ma come trovare la strada? Il castello era un labirinto di scale e corridoi tutti uguali, che giravano su se stessi come una matassa. Fu allora che Celeste, che aveva osservato ogni cosa fin dal primo momento, fece un passo avanti.

"So io la via," disse sicura. "Quando siamo entrate ho contato le torri. La più alta è quella con la bandiera strappata. Bisogna girare tre volte a sinistra e poi sempre dritto."

Celeste li guidò senza sbagliare mai un passo. Aveva la memoria di chi guarda con attenzione, e quella sera fu preziosa quanto il coraggio delle amiche.

Salirono e salirono, gradino dopo gradino, fino in cima alla Torre delle Campanelle. E lì, accanto a una piccola campanella che brillava di cristallo viola, dormiva il guardiano: un ghiro grande come una pigna, tutto color lavanda, che russava sbadigliando.

Maelle allungò la mano verso la campanella. Il ghiro si svegliò di soprassalto.

"Chi va là?" sbadigliò. "La campanella non si tocca! Io la custodisco. Cioè, la custodisco quando non dormo. Cioè, quasi sempre dormo."

Emma, che era coraggiosa ma anche furba, notò una cosa: quando il ghiro parlava, rideva a ogni parola, come se avesse il solletico nascosto nella voce.

"Ha il solletico?" chiese sottovoce a Maelle.

Le due amiche allora non tirarono e non strapparono. Fecero il solletico al ghiro, con dolcezza, sulla pancia morbida. Il ghiro scoppiò a ridere così forte che rotolò da una parte, e la campanella restò libera.

"Che ridere!" disse il ghiro, con le lacrime agli occhi. "Sono anni che nessuno mi tratta con gentilezza. Prendetela pure. E svegliate questo regno, vi prego. Anch'io sono stanco di dormire nel grigio."

Con la campanella tra le mani, tornarono nel cortile. Ora mancava solo l'ultima cosa: la danza. Ma quale danza? Nessuna di loro la conosceva.

Fu qui che Aurora fece ciò che sapeva fare meglio di tutti. Come inventava le storie con le sue bambole, così cominciò a inventare una filastrocca da ballare, parola dopo parola, girando su se stessa a braccia aperte.

"Colori, colori, tornate a fiorire, la notte è finita, è ora di gioire. Suona campanella, argento e viola, il regno si sveglia, la Regina si consola."

Le amiche impararono i versi al volo. Celeste teneva il ritmo battendo le mani, Maelle ed Emma saltavano in tondo, Aurora guidava il ballo agitando la campanella di cristallo, che mandava un suono limpido come acqua fresca. Anche Stella danzava, correndo in cerchio con la coda dritta come un punto esclamativo.

E allora accadde. Dal grigio spuntò un filo di viola. Poi un fiore. Poi mille fiori. Le torri si accesero di lavanda, le bandiere ricrebbero intere, le rose del roseto aprirono gli occhi sorridendo. E in cima alla scalinata comparve la Regina-giardino, che si stirava svegliandosi da un sonno lunghissimo.

"Chi mi ha svegliata con una danza così allegra?" chiese la Regina, con la voce ancora impastata di sonno.

"Siamo state noi," dissero le quattro amiche, tenendosi per mano. "Un po' con la calma, un po' con il coraggio. Tutte insieme."

La Regina sorrise e batté le mani. Subito comparve un banchetto meraviglioso: montagne di fragole rosse, ciotole di lamponi profumati e una fontana che spruzzava cioccolata calda. Le bambine mangiarono, si leccarono le dita e risero fino a quando la luna fu alta nel cielo di Lavandaria.

"È ora di tornare a casa," disse infine Aurora, con un piccolo sbadiglio. "La mia mamma ci aspetta."

La Regina le abbracciò tutte, una per una. Il ghiro color lavanda salutò dalla torre, ridendo ancora per il solletico. E il vecchio albero-cuore, ora verde e pieno di vita, aprì di nuovo il passaggio tra le sue radici.

Un attimo dopo, le quattro amiche erano di nuovo nel giardino di casa, sotto il Grande Albero delle Chiacchiere. Stella si stiracchiò e riprese a fare le fusa. Sembrava che non fosse passato neanche un minuto.

"Grazie, amico mio," sussurrò Aurora all'albero. E le parve che una foglia le facesse l'occhiolino.

In casa, mamma Francesca le stava aspettando con il pigiama pronto e un sorriso dolce. Le mise a letto tutte e quattro, rimboccò le coperte e diede un bacio sulla fronte di Aurora.

"Dove siete state, con quegli occhi pieni di stelle?" chiese ridendo.

"In un regno tutto viola," rispose Aurora. "L'abbiamo svegliato ballando."

"Che meraviglia," disse la mamma, senza smettere di sorridere. "Adesso però si dorme. A me piacciono le coccole e mi piaci tu."

E mentre le quattro amiche chiudevano gli occhi, fuori dalla finestra, il Grande Albero delle Chiacchiere frusciava contento sotto la luna d'estate.

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