Il bosco che aveva perso le storie
📅 Pubblicata il 23/09/2026
✨ Riassunto della Storia
Il giorno del suo compleanno una bambina e il fratellino salgono su un trenino magico e ridanno le storie perdute a un bosco grigio, trovando il finale che mancava.
Era una mattina d'estate, e il giardino profumava di torta e di erba appena tagliata. Tecla compiva sei anni. C'erano i palloncini rosa legati al cancello, c'era la nonna Mari che sistemava i tovaglioli e c'era la nonna Carla che assaggiava di nascosto la glassa. Mamma Silvia rideva, papà Matteo accendeva le lucine, e Dante, che di anni ne aveva due, faceva il girotondo intorno al tavolo cantando a modo suo.
"Buon compleanno, Tecla!" dicevano tutti.
Ma Tecla, quella mattina, aveva una piccola nuvola nel cuore.
Da giorni disegnava un libretto tutto suo, con la matita rosa e tanta cura. Aveva disegnato un bosco, un cerbiatto e un unicorno, e una bambina coraggiosa. Solo che alla storia mancava una cosa importante. Mancava il finale. E per quanto Tecla pensasse, il finale non arrivava.
Così, un poco delusa, si sedette sul divano e accese la televisione. Le immagini scorrevano, e lei si dimenticava del giardino, della torta, perfino del suo compleanno. Quando ascoltava una storia, o quando ne inventava una, nessuno riusciva a interromperla.
Fu allora che lo sentì.
"CIUFFFF CIUFFFF."
Un fischio allegro, proprio là fuori. Tecla spense la televisione e corse alla finestra. In mezzo al prato, dove un minuto prima non c'era niente, adesso c'era un trenino. Un trenino con le ruote lucide e il fumo a forma di cuore. Era Alfredo, il trenino magico.
Dante arrivò di corsa, con il suo cappello in testa. "Treno! Treno!" gridava, felice.
Alfredo aprì lo sportello e disse:
"Salite, salite, non c'è da aspettare,
un bosco lontano vi vuole incontrare.
Ha perso qualcosa di tenero e vero,
e solo una bimba lo sa per davvero."
Tecla guardò Dante. Dante guardò Tecla. E poi, tenendosi per mano, salirono.
"CIUFFFF CIUFFFF," fece Alfredo, e partì.
Il trenino corse tra i prati e le colline, e intanto il mondo cambiava colore. Quando si fermò, Tecla e Dante scesero in mezzo a un bosco. Ma era un bosco strano.
Non c'erano canti di uccelli. Non c'erano fiori. Gli alberi erano grigi, l'erba era grigia, perfino l'aria sembrava grigia e stanca. In una radura, tanti cerbiatti stavano sdraiati con gli occhi spalancati. Non dormivano. Non riuscivano a dormire.
Un cerbiatto piccolo si avvicinò a Tecla e la guardò con due occhi lucidi.
"Che cosa è successo qui?" sussurrò Tecla.
"Un incantesimo ha soffiato via tutte le nostre storie," rispose il cerbiatto con una voce leggera. "Senza storie, non riusciamo ad addormentarci. E senza sonno, il bosco ha perso i suoi colori."
Tecla si mise una mano sul petto. Lei le storie le sapeva inventare. Le disegnava, le trasformava in piccoli libri, le raccontava ai suoi pupazzi la sera. Forse, pensò, poteva inventarne una anche adesso.
"Ci provo io," disse.
Si sedette su un sasso, chiuse gli occhi e cominciò. "C'era una volta un cerbiatto che aveva paura del buio..."
Ma non fece in tempo a finire la frase.
Dante le saltò davanti. "Buio!" gridò, e fece il girotondo. Poi allargò le manine e lanciò i suoi fili magici, quel gioco che si era inventato, come un piccolo eroe che spara fili invisibili dalle dita. "Ziip! Ziip!"
"Dante, no," disse Tecla. "Sto raccontando."
Ma Dante non ascoltava. Imitava tutto quello che faceva la sorella, sempre, dal mattino alla sera. Se Tecla si sedeva, lui si sedeva. Se Tecla parlava, lui parlava più forte. Adesso correva avanti e indietro sul suo monopattino facendo "NII-NOO, NII-NOO," il verso dell'ambulanza che amava tanto.
Tecla provò a ricominciare. "C'era una volta un cerbiatto..."
"NII-NOO! NII-NOO!"
"...che aveva paura..."
"Ziip! Ziip!"
Non c'era verso. Ogni volta che Tecla apriva la bocca, Dante ci saltava dentro con un salto, un verso, un girotondo. I cerbiatti la guardavano speranzosi, e la storia si rompeva in mille pezzi.
Allora Tecla, che era gentile ma un poco furbetta, ebbe un'idea. "Dante," disse con voce dolce, "vedi quell'albero laggiù? Perché non vai a contare tutte le sue foglie?"
Dante la guardò. Poi sorrise e disse: "Foglie!" E invece di andarsene lontano, si mise a contare le foglie proprio lì accanto, saltando e ridendo. "Uno, due, cinque, dieci!" contava, sbagliando tutti i numeri.
Tecla sospirò. Il suo piccolo eco non se ne andava. La seguiva dappertutto, come un'ombra allegra e chiassosa.
Sentì una cosa calda salirle in gola, come quando si sta per arrabbiare. Ma poi si ricordò del judo. Da poco aveva iniziato ad andare a judo, con il suo kimono bianco. E il maestro le aveva insegnato una cosa importante: prima di tutto, si respira. Si respira con calma, si trova l'equilibrio, e la rabbia cade morbida, come si cade sul tappeto senza farsi male.
Così Tecla chiuse gli occhi. Fece un respiro lungo. Poi un altro. E mentre respirava, guardò Dante con occhi nuovi.
Dante non voleva rovinarle la storia. Dante voleva starci dentro. Voleva far parte della storia, come voleva far parte di tutto quello che faceva la sua sorellona.
E allora Tecla capì.
"Vieni qui, Dante," disse, e questa volta non per mandarlo via. "Mi aiuti tu a raccontare?"
Dante spalancò gli occhi. "Io?"
"Tu."
Tecla ricominciò, ma in un modo diverso. "C'era una volta un cerbiatto che aveva paura del buio. Ma nel bosco viveva anche un piccolo eroe..."
"Ziip! Ziip!" fece Dante, lanciando i suoi fili magici.
"...un piccolo eroe che lanciava fili di luce dalle dita," continuò Tecla. "E con quei fili cuciva insieme le stelle."
I cerbiatti alzarono le orecchie.
"E quando arrivava un rumore spaventoso nella notte," disse Tecla, "il piccolo eroe faceva..."
"NII-NOO! NII-NOO!" gridò Dante.
"...faceva il verso dell'ambulanza, per dire a tutti: non abbiate paura, sto arrivando io!"
Adesso i cerbiatti sorridevano. Tecla si accorse di una cosa meravigliosa. Ogni pasticcio di Dante, ogni verso, ogni girotondo, diventava un pezzo della storia. Insieme, la storia era più buffa, più viva, più bella.
E mentre Tecla raccontava, qualcosa cominciò a cambiare. Un fiore rosa spuntò tra l'erba grigia. Poi un altro. Un ramo si tinse di verde. Il bosco ascoltava, e a poco a poco tornava a colori.
Vicino scorreva un laghetto. Sulla riva, un cerbiatto tremava, troppo spaventato per bere. Aveva paura dell'acqua. Tecla si avvicinò con calma. "Guarda," disse. Entrò nel laghetto con i piedi, poi si distese sull'acqua con la pancia in su e le braccia larghe. "Questa si chiama la stella marina. L'acqua ti tiene su, vedi? Non c'è niente da temere."
Il cerbiatto la guardò galleggiare. E poi, con il musino, bevve un sorso d'acqua. Tecla gli fece una carezza. Le piaceva prendersi cura degli animali, di tutti gli animali, anche di quelli di pezza che teneva a casa.
Poi frugò nella tasca e trovò un muffin, uno di quelli che sapeva cucinare tanto bene con il suo cappello da chef. Lo divise in tanti pezzetti e lo offrì ai cerbiatti. "Un muffin di compleanno per tutti!" disse ridendo.
Ma intanto il sole scendeva dietro gli alberi, e nel bosco arrivava la notte. I colori erano quasi tutti tornati. Quasi. Perché alla storia mancava ancora una cosa. La stessa cosa che mancava al libretto di Tecla a casa.
Mancava il finale.
"Non lo so come finisce," disse Tecla, e la sua voce tremò un poco. "Non mi viene. Non mi è mai venuto."
I cerbiatti si fecero tristi. Se non c'era il finale, non potevano addormentarsi. E se non dormivano, il bosco sarebbe rimasto grigio per sempre. Faceva buio. Faceva freddo. E Tecla, per la prima volta, si sentì piccola.
Fu allora che Dante le prese la mano.
Il suo fratellino, il temerario, quello che non aveva paura di niente, si fece avanti nel buio. Allargò le braccia. E lanciò i suoi fili magici verso il cielo.
"Ziip! Ziip!" fece. "Ziip!"
E accadde una cosa incredibile.
Dai polpastrelli di Dante partirono davvero dei fili di luce rosa. Salirono in alto, tra i rami, e là in cima cucirono insieme le stelle, proprio come nella storia. Il cielo del bosco si riempì di lucine rosa, come mille candeline. Per un istante, quelle luci disegnarono la forma di un unicorno che correva sopra gli alberi.
"Dante," sussurrò Tecla. "Ma allora... il finale sei tu."
E finalmente le venne. Il finale. Quello che aveva cercato per giorni.
"E così," disse Tecla a voce alta, perché tutto il bosco la sentisse, "il cerbiatto capì che non doveva più avere paura del buio. Perché anche nella notte più scura, se hai vicino qualcuno che ti vuole bene, arriva sempre una piccola luce ad accendersi. E quella luce basta per tutti."
Uno dopo l'altro, i cerbiatti chiusero gli occhi. E si addormentarono.
Il bosco fece un lungo sospiro felice. L'erba tornò verde, i fiori tornarono di mille colori, e ovunque, tra gli alberi, brillava una luce rosa e dorata. Il Bosco dei Cerbiatti aveva ritrovato le sue storie. E i suoi colori.
Il cerbiatto piccolo si avvicinò a Tecla. "Grazie. Ci hai ridato tutto," disse. Poi guardò Dante e aggiunse: "A tutti e due."
"CIUFFFF CIUFFFF."
Alfredo era tornato a prenderli. Tecla e Dante salirono, stanchi e contenti, e il trenino partì verso casa sotto il cielo di stelle cucite. Mentre viaggiavano, Alfredo disse:
"Bravissimi bimbi, che squadra che siete,
la storia più bella in due la sapete.
Chi inventa una storia fa un dono d'amore,
e insieme a chi ami diventa migliore."
Quando il trenino si fermò, il giardino era ancora lì, con i palloncini rosa e la torta in mezzo al tavolo. Sembrava non fosse passato quasi nessun momento.
"Tecla, Dante, venite!" chiamò mamma Silvia. "È ora della torta!"
Papà Matteo accese le candeline. Nonna Mari e nonna Carla cominciarono a cantare, e tutti insieme fecero il coro. Tecla guardò le sei candeline che brillavano, e le sembrarono proprio come le lucine rosa del bosco. Chiuse gli occhi, espresse un desiderio e soffiò.
Quella sera, prima di dormire, Tecla prese il suo libretto e la matita rosa. Aprì l'ultima pagina, quella rimasta vuota per tanto tempo. E finalmente scrisse il finale. Accanto alla bambina coraggiosa disegnò un piccolo eroe che lanciava fili di luce, un piccolo eroe con il cappello in testa, proprio come suo fratello.
Poi gli diede un bacio sulla guancia. "Grazie, Dante," disse con dolcezza. "La storia più bella l'abbiamo fatta in due."
E si addormentarono, mentre fuori il cielo era pieno di stelle.